Davide Matera, Condannati a tutte le tragedie del mondo

Siamo condannati a occuparci giornalmente di tutte le tragedie del mondo.

Che le si sentano proprie – empaticamente vissute – o no, non possiamo più voltare lo sguardo, rivolgere le nostre attenzioni altrove. Siamo inchiodati a flussi infiniti di informazioni che ci riguardano, ci interpellano, ci interrogano, che ci seguono e che seguiamo, che coinvolgono le nostre coscienze.

Un tempo, ai nostri nonni, per sentirsi parte di una comunità bastava accorrere al capezzale dell’amico malato e rivolgergli una parola gentile, di affetto o di conforto, venire a conoscenza di gioie e dolori dei propri vicini più prossimi tra un bicchiere di vino e una briscola; ma il sipario sul resto del mondo calava ai confini di un piccolo paese, o di un quartiere di città oltre il quale la vita si agitava sconosciuta e per eco lontana.

Viviamo questo minuscolo frammento di esistenza da sempre promessa al tempo profondo. Terremoti, guerre, epidemie, cattiverie e sciagure d’ogni natura sono tutte presenti, accompagnano ogni istante della nostra vita. A meno che non si decida di vivere totalmente disconnessi da media e web siamo spinti dentro un improbabile buco nero che, sfidando le leggi del cosmo, risputa ogni goccia di sangue, ogni grido di dolore, di angoscia.

Ma noi quanto possiamo sopportare? Qual è il prezzo pagato per questa irrevocabile appartenenza al villaggio globale? Quali effetti ha, sulla nostra psiche già endemicamente tormentata, questa condivisione d’ogni male esistente al mondo?

Per la mia generazione c’era un tempo in cui l’aria di primavera annunciava una stagione dolce, morbida come il seno di una puerpera, e ogni cosa sembrava seguire il corso stabilito da una natura benevola. Non è una visione romantica e nostalgica. Chiunque abbia vissuto quel tempo sa di cosa parlo. C’erano le stagioni: l’inverno, cui seguiva una primavera intrisa di una dolcezza senza ambiguità, colorata di una luce che portava in sé struggenti promesse di falò e chiarori lunari, di luoghi di villeggiatura in cui poter ritrovare e riabbracciare amici persi di vista da un anno, le pannocchie comprate dal contadino, le visite alla masseria e il latte appena munto, le canzoni sotto il salice o sulla spiaggia, le canne fumate e condivise con gli amici, i jeans all’ultima moda e le risate senza senso, a mortificare quel vuoto da riempire che ogni adolescente per legge di  natura ha cucito sulla propria pelle. C’era di che parlare, c’era sempre qualcosa da fare, nonostante a volte, in realtà, da fare propriamente non c’era. E c’era agosto con i puntuali temporali dopo il quindici del mese, il ritorno in città e l’aria frizzante d’autunno con le certezze di nuove conquiste negli studi, di nuovi amori, di una “vita nova”.

Questo scritto non ha molto senso, lo capisco. Non so neanche se avessi intenzione di dargliene. Poco importa. Non faccio letteratura né poesia. Siamo tutti così preoccupati a dare un senso a questa nostra vita, a questo nostro transitare che a volte perdiamo di mira il fatto che in tutto questo non c’è senso alcuno, né fine, retaggio cristiano. E tuttavia, forse proprio per sfuggire a questa aporia del vivere che contraddistingue l’animale complesso che siamo, un tempo, generazione dopo generazione, gli esseri umani avevano stabilito un patto con la natura, con i cicli del cosmo, con lo scorrere del tempo concessoci.

Non che la vita non fosse crudele, ingiusta, schifosa, imbrattata di merda, di sangue innocentemente versato, offesa da guerre, fame e sofferenza e morte, non che non fosse infinitamente perfettibile. Non penso questo. Sarei un idiota se sostenessi un’ipotesi del genere. Ma qualcosa lasciava sempre intravedere la possibilità di strappare allo scorrere dei giorni, degli anni, una tregua, dei momenti di riposo per questa nostra fragile psiche – ψυχή, anima, soffio, res cogitans, Io, Es  Super-Io, pneuma comunque vi sentiate a vostro agio nell’identificare quello che in fondo siamo – qualcosa che infine dava senso al Tutto che questo nostro breve passaggio rimane essere.

Ecco, questo qualcosa sembra ci siamo persi per strada. E non è colpa di nessuno. Non ci sono colpe, esistono gli esseri umani e la strada che hanno deciso di tracciare giorno dopo giorno innanzi a sé, verso ignoti scenari ancora a venire.

Se siete giunti fin qui vi chiedo scusa per il tempo sottrattovi. Non volevo dirvi, raccontarvi niente, quello lo fanno già egregiamente gli scrittori.

Sarà quel po’ di angoscia in questa notte di marzo, investito dagli eventi terribili che tutti voi conoscete e il non avere un dio cui rivolgere i miei sentimenti.

Ai bambini e ai più giovani va il mio pensiero più dolce e affettuoso.

Il mondo è vostro, fatene qualcosa di migliore, perché è possibile.

Io e la mia immagine sfocata ne siamo testimoni.

MNR, 3 marzo 2022

Foto, Marisa Polizzi

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