Contro le genealogie pigre: note a margine di una polemica
C’è qualcosa di profondamente seducente nelle formule che pretendono di dire tutto in una riga. Hanno il ritmo dell’evidenza, la sicurezza della sintesi, e soprattutto risparmiano la fatica della storia. Quando Peter Gomez contesta l’idea di un’Europa “giudaico-cristiana”, si colloca — almeno in apparenza — dentro questa tradizione critica: diffidare delle etichette, smontare le narrazioni identitarie, sottrarre la complessità alla retorica.
È un gesto che, preso in sé, merita attenzione. Perché la formula “giudaico-cristiana”, così spesso evocata con disinvoltura, è una costruzione tarda, che tende a proiettare all’indietro un’armonia che la storia europea non ha conosciuto se non in forma problematica, conflittuale, talvolta tragica. Non si tratta dunque di difendere uno slogan, ma di sottrarsi alla sua inerzia.
E tuttavia, come spesso accade, nel momento in cui si smonta una semplificazione, si corre il rischio di sostituirla con un’altra, speculare e altrettanto riduttiva.
Perché nel rigetto della formula “giudaico-cristiana” si insinua, quasi impercettibilmente, una rimozione più vasta: quella del ruolo strutturale che il cristianesimo ha avuto nella formazione dell’Europa, non come principio astratto, ma come rete concreta di istituzioni, pratiche, linguaggi.
È qui che la polemica si fa interessante. E anche più esigente.
La memoria come infrastruttura
L’Europa non nasce da un atto fondativo, ma da una trasmissione. Questa constatazione, apparentemente ovvia, è in realtà ciò che le genealogie rapide tendono a eludere. Non si dà civiltà senza continuità, e non si dà continuità senza luoghi che la rendano possibile.
Il Medioevo europeo — troppo a lungo ridotto a zona d’ombra tra due epoche luminose — è precisamente questo: una macchina di conservazione. Non nel senso statico di una custodia inerte, ma nel senso dinamico di una traduzione incessante. Tradurre testi, tradurre lingue, tradurre concetti.
I monasteri, in questo quadro, non sono reliquie, ma dispositivi. Non custodiscono soltanto: selezionano, ordinano, riscrivono. Il patrimonio greco-latino che la modernità riceverà non è quello dell’antichità intatta, ma quello che è passato attraverso questo filtro. E senza questo filtro, semplicemente, non ci sarebbe stata alcuna eredità da rivendicare.
Le università: città, cristianesimo, sapere
Ma è forse nelle università che questa infrastruttura diventa visibile nella sua forma più compiuta.
Tra l’XI e il XIV secolo, dentro il tessuto delle grandi città europee, nascono istituzioni che non hanno precedenti nel mondo antico. Non accademie nel senso classico, non scuole isolate, ma corporazioni di maestri e studenti, riconosciute, regolate, inserite in una rete sovranazionale.
Nasce la Università di Bologna, con il suo primato nello studio del diritto. Nasce la Università di Parigi, centro nevralgico della teologia e della filosofia scolastica. E poi, quasi a disegnare una geografia del sapere, la Università di Oxford e la Università di Cambridge, la Università di Padova e la Università di Napoli Federico II, la Università di Salamanca, la Università di Coimbra, la Università Carolina di Praga, la Università di Vienna, la Università di Heidelberg.
Questa proliferazione non è un accidente. È il prodotto di un ecosistema.
Le università medievali nascono in un contesto cristiano non solo perché la teologia occupa un posto centrale nei curricula, ma perché è il cristianesimo, attraverso le sue istituzioni, a rendere possibile la circolazione dei saperi. Il latino ecclesiastico funziona come lingua franca; le reti della Chiesa garantiscono mobilità e riconoscimento; le autorità ecclesiastiche e politiche conferiscono statuti e privilegi.
Non si tratta di stabilire un primato ideologico, ma di riconoscere una condizione di possibilità.
Contro le origini uniche
A questo punto, la questione cambia forma. Non si tratta più di stabilire se l’Europa sia “giudaico-cristiana” o meno, né di sostituire a questa formula quella, altrettanto discutibile, di un’Europa nata con la Rivoluzione francese. Si tratta di sottrarsi all’idea stessa di origine unica.
Le civiltà non nascono per generazione spontanea, né per decreto. Si costituiscono per stratificazione, e ogni strato modifica retroattivamente quelli che lo precedono. L’Europa è, in questo senso, un palinsesto: sotto la modernità si leggono ancora il Medioevo; sotto il Medioevo, l’antichità; e ogni nuova scrittura non cancella del tutto le precedenti, ma le riorganizza.
Contestare una formula può essere un atto di rigore. Ma solo a condizione che non si perda, nel gesto critico, la complessità di ciò che si intende salvare.
Una memoria scomoda
Forse è questo, in fondo, il punto più difficile da accettare. Che l’Europa non sia mai stata ciò che le sue narrazioni più comode vorrebbero. Né pacificamente “giudaico-cristiana”, né puramente “moderna”, né semplicemente “razionale”.
È una costruzione instabile, che deve la propria esistenza a una memoria lunga e spesso contraddittoria. E in questa memoria il cristianesimo medievale — con i suoi monasteri, le sue università, le sue istituzioni — non è un episodio accessorio, ma una delle sue condizioni di possibilità.
Dimenticarlo non significa correggere una semplificazione.
Significa sostituirla con un’altra.
Davide Matera, MNR 22 aprile 2026

