Davide Matera, Il temporale

E tutti ci riversammo sulla strada.

Alcuni, incuriositi dall’improvviso squarcio, si affacciarono alle finestre.

Era bello risentire il tintinnio continuo della pioggia, osservare quei luminosi bagliori nel cielo imprevedibile di quella tarda primavera.

Attendevo con ansia, era bello attendere, sempre; e mi tornavano subito alla mente le attese lunghe e misteriose di Kafka, quell’eterno aspettare che dava un senso alla sua vita sempre uguale, grigia, monotona.

Qualche raro passante risvegliava il mio torpore, mi attirava soprattutto il ritmo irregolare e quel suono fiaccato delle scarpe sull’asfalto inumidito dalla pioggia.

L’aria, ora più fresca, mi aiutava a pensare, e in qualche modo quel fenomeno che si ripete da sempre, senza fine, mi insegnò che anche nelle cose più consuete, nei fatti più normali, si nasconde una infinita varietà di sfumature, di cose minuscole, percepibili tuttavia solo in rari, meravigliosi momenti di lucidità.

Valens (CH), 1991

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