Racconti e Scritti

Davide Matera, In Engadina

Il temporale è violento, ci avevano avvisati. Tutte le stazioni radio del canton Grigioni, ripetutamente, avevano lanciato l’allarme; ma sono uscito lo stesso. Ho portato con me il superfluo, tutto quello che non mi proteggerà dalle intemperie, tutto quello che non mi serve, non un ombrello, non un impermeabile. Ho portato me stesso, con l’intento di dimenticarmi. E di perdermi. Quel che resiste di me e il cosmo, le potenze in subbuglio e il caos e nient’altro. Posso distinguere bene l’odore della pioggia sulla terra arida, percepisco la sua quiete dopo la lunga attesa. Amante paziente è la terra. Il profumo del petricore, la pietra e la linfa, il sangue degli déi, o il loro pianto. Le montagne dell’Engadina sono come promesse di pace questa notte, nonostante tutto, a dispetto della furia degli agenti atmosferici. Le percorro incurante della pioggia che mi taglia il viso, del vento che sferza la mia esile figura. È questo che volevo, essere natura nella natura, acqua nell’acqua, pioggia nella pioggia, divenire furia con la furia del vento. Non esistere come soggetto è la massima realizzazione del soggetto, dimenticarsi, mettere da parte questo vanitoso essere che ci marca stretti, che ci lega alla finitudine, all’inevitabile destino di nascere per morire, alla tirannia del tempo. Sono, adesso, quello che vedo oltre me stesso, non un pensiero tossico, non una resistenza contro l’esterno. Sono la pioggia e le montagne, il petricore e il vento, la volpe che corre verso il suo rifugio, il fulmine luminoso che si squaderna per l’universo intero.

Vorrei fermare questo istante per l’eternità, dissolvermi in atomi e, come elemento tra gli elementi, partecipare al gioco beffardo degli dei, precipitare dentro l’indistinta oscurità del Nulla.

Lucius Errante

Lucius Errante, La politica fixé à l’existant e il catechismo della “bit generation”

Pensare la politica non serve. Pensare non serve più.

Nei Social si addensano tanti autorevoli e preparatissimi politologi, fior di commentatori politici che affrontano dall’alto dei loro autorevoli blog il dibattito politico spiegandocelo, imboccandoci amorevolmente ogni giorno con utili e preziose raccomandazioni sul buono e sul cattivo di turno, che ci indicano sempre la retta via (come faceva un tempo il buon vecchio parroco al catechismo).

Da questo modello di internauta, nominalmente di sinistra oppure di destra (ancora nominalmente), Che Guevara o Evola 2.0, impegnato e brillante, ironico ed erudito insieme, zòon politikòn della “bit generation” – nonostante le apparenze, ahimè, spessissimo ex parte principis, fixé à l’existant – abbiamo tanto da imparare.

Sono e saranno questi pixellati nipotini di Bobbio, Sartori, Mosca a darci lumi sulla condizione politica italiana attuale e futura, a indicarci la strada maestra, sperando che un po’ della luce che pervade le loro lucide analisi politiche tocchi per fenomeno di rifrazione, come in un arcobaleno, anche noi. 

Poesie

Davide Matera, E dalla notte buia

E dalla notte buia
venne poi il sole,
incredibile,
nella sua intatta bellezza,
con i suoi contorni cenerini
e tiepide sfumature
create chissà per chi.

Nella stanza, colta nel suo
stupore, rimase il silenzio,
ad acconsentire a quei fatti
di luce notturna.

MNR 1991

Foto, Davide Matera

Lucius Errante

Lucius Errante, Frammenti spuri #2

Non imputare al mondo o agli altri ogni nostro problema, ogni nostra sciagura, dubitare, sempre, della fin troppo umana tentazione d’essere dalla parte della verità e della ragione è un fine ed essenziale (doloroso e insieme necessario) esercizio di ermeneutica, un’occasione per interrogare e interpretare se stessi, per dis-velarsi, un-venire-di-noi-alla-nostra-presenza-che-si-schiude, un momento costitutivo fondamentale di possibilità e attualizzabilità della nostra stessa, autentica (Eigentlichkeit), esistenza (Existenz).
Confidando sempre in quella razionalità che dovrebbe contraddistinguere ogni essere umano che possa dirsi tale.
A non voler esser, a volte, sia pur adorabili o simpatiche scimmie.

IBK 18.08.2018 – Lodi Mattutine

I miei giorni sono come ombra che declina,

    e io come erba inaridisco. Salmi 102:12-14

Lettere senza destinatario

Davide Matera: Lettere senza destinatario: #1 Quinta lettera a Livia

Ho sistemato la tua immagine, ci sono riuscito, anche se adesso è un po’ obliqua, c’è; spenta non è.

Hai i capelli più lunghi, un maglione forse nero o comunque scuro, sfondo quasi bianco, c’è risalto e forte contrasto.

Io parlo al vento; credo almeno di parlare, ma scrivo, e il destinatario non c’è, almeno per ora, forse non c’è mai stato; attraverso tutte le sere semafori prima rossi, poi verdi, ma potrei anche accostarmi a fianco della strada e aspettare che il verde ritorni ad essere rosso; e così via, per lungo tempo.

La vita spesso è così, ci sono tempi in cui tutto rallenta quasi ad esitare tra il continuare o il mutare direzione.

Abbiamo scherzato, niente di fatto. Ti posso vedere, labbra sottili, bocca ben disegnata, larga, il profilo arcaico, tagliente, occhi grandi, bellissimi e incredibilmente espressivi; tutto partecipa  all’evento che tu sei, ogni piccolo dettaglio, ogni sfumatura mi si presenta giorno per giorno.

Ridi, rifletti, sei triste, ascolti? non è facile capirlo; sei lì immobile, fuori dal tempo come qualcosa arrivata da lontano, da un mondo impenetrabile.

Questo mi rapisce; non importa adesso chi pensi ch’io sia, perché scrivo queste cose; questo è ciò che io sento nell’intimo e so di perderti in partenza, di non doverti considerare come realtà concreta; in effetti tu non ci sei, non ci sei mai stata e mai ci sarai.

Tu vivi in altre dimensioni, lontano lontano, lontanissimo (weit entfernt, in großer Entfernung befindlich)

Ti amo profondamente

3 luglio 1997 MNR

Piazza Marina, particolare. Un schizzo di Livia

Musica - Estetica musicale

Davide Matera: Threnody for the Victims of Sars-CoV2 – For voices and orchestra

Ho iniziato a comporre la trenodia nei giorni più bui della pandemia di Sars-CoV2. Giorni in cui il mondo degli uomini sembrava perdere le sue pur fragili certezze. Le fosse comuni, i camion militari pieni di bare, le città deserte, il terrore nei racconti dei protagonisti. I medici e il personale ospedaliero stremati dall’enorme e drammatica quantità di lavoro piombatagli addosso, armati quasi solamente di umana pietas. E poi i tanti morti, troppi, soprattutto anziani costretti, nel momento più terribile della propria vita, a non trovare conforto in una carezza, in un sorriso, nel calore della mano di una figlia, di un fratello.
Questa composizione è dedicata a loro e ai tanti che hanno combattuto in prima linea per salvare quante più vite possibili.

Davide Matera, 8 maggio 2020

Racconti e Scritti

Davide Matera, L’animale verticale

Immaginate di essere albero, pianta o animale di bosco, anno dopo anno carbonizzato dal virus più spietato esistente sulla faccia della terra.

D’essere un animale sgozzato con inaudita violenza. Di vedere scorrere, in preda al terrore, il vostro sangue nel puzzo di un macello per soddisfare rozzi palati di uomini senza pietà e il cui inevitabile fine è cacarvi dopo avervi digeriti; di vedervi mancare il suolo che vi ha sempre ospitati per l’ingordigia senza pace dell’animale verticale.

Di vedervi strappare i vostri figli perché indesiderati e scomodi. Di sentirvi in gabbia, antichi figli della terra libera, legati a macchinari da ricercatori occhialuti che senza pietà vi usano come cavie da laboratorio.

Un Olocausto infinito.

Mi deprime e mi rattrista quello che stiamo vivendo come esseri umani, mi angoscia, ma la terra forse ha un’anima che noi non abbiamo mai compreso pienamente, o che abbiamo smarrito strada facendo.
Non è vendetta quella della natura; quella è una miseria che appartiene solo all’uomo.
È una forma di equilibrio, un avvertimento.
A futura memoria.
Monreale, 17 maggio 2020, Lodi Mattutine.
vivisezione-gatto
Articoli

Davide Matera: Isaac B. Singer, Shosha, un invito alla lettura

Non amo suggerire letture. Credo che la scelta di un libro sia una cosa personale, intima, un rapporto esclusivo tra il lettore e l’autore.

Ma da anni, forse da sempre, mi torna in mente questo titolo.

Fu un libraio illuminato a suggerirmelo. Era un incantevole baratto: io, neanche ventenne, davo lezioni di violino alle sue figlie e lui ricambiava con i libri della sua libreria.

Ma Mario (comunista ortodosso, tutto d’un pezzo e d’immensa onestà intellettuale) non si limitava a pareggiare il conto con libri qualsiasi; mi suggeriva autori importanti, premi Nobel, romanzi di formazione (Bildungsroman), pamphlet politici, quasi un’educazione sentimentale, e io così la percepivo.

Ogni libro che mi consigliava apriva nuovi orizzonti.

Tutto questo arricchiva la già nutrita libreria di famiglia e le discussioni interminabili con mio padre su questioni letterarie, teatrali o poetiche, Genet, Sartre, Pasolini, Moravia, Bufalino, Mann, Böll, gli allora più recenti Golding e Rushdie erano pane quotidiano (a dire il vero lui spesso si dannava perché nel bel mezzo di una discussione trovavo una scusa per tornare a vagare tra le nuvole soffici della giovinezza).

Tornando al libro, allora non sapevo cosa fosse lo Yddish, ma provavo già una particolare fascinazione per la cultura ebraica e per la Mitteleuropa. Mi sono sempre sentito profondamente europeo, intimamente; e lo sono ancora.

Il libro narra una storia d’amore, l’amore tra Shosha, una ragazza con un ritardo mentale e Arele, un uomo molto più grande di lei.

Shosha non è mai cresciuta, non ha imparato a leggere e scrivere e vede i fantasmi. È una storia tra un uomo “sano” e una disabile mentale.

Un senso di morte crescente pervade il romanzo in cui sono immersi tutti i personaggi mano a mano che si avvicina l’invasione hitleriana. Molti di loro potrebbero salvarsi, ottenere passaporti, fuggire negli Stati Uniti, ma non lo fanno: rifiutano ogni aiuto. Sono inadatti alla vita e restano impigliati “sino alla fine del mondo” a discettare su Dio e Spinoza in una lucida e brillante agonia priva di speranza.

Singer, ebreo polacco, quarantatré anni dopo essere fuggito a New York si intestardisce a scrivere nella lingua semimorta dei suoi antenati.

Isaac Bashevis Singer è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978.

30283

 

Poesie

Davide Matera, Se il cielo potesse parlare

Se il cielo potesse parlare

Alle paure silenti del merlo

Alla straniata dolcezza del

Cerbiatto morente

Se potesse raccontare

il cielo

degli occhi sgomenti di una

madre

Del male insensato di una lama

lucente

 

Nella chiara radura del bosco

Tra i fiori in ascolto

Del cielo figli e amanti

Racconterebbe dei giorni

Di una guerra senza fine

Di crudeltà inaudita

di dolore e sofferenza

 

Se potesse parlare, il cielo

Non basterebbero tutte le parole

Dell’uomo a raccontare l’uomo

Le parole del tempo

A raccontare il tempo

 

Ma lì, dove il silenzio ti ascolta

Lì  solo cerca il senso del  tutto

Deponi una bianca ghirlanda di rose

E con amore proteggi i tuoi più

piccoli fratelli.

MNR 13.03.2020

 

Foto dell’autore

Uccelli

Racconti e Scritti

Davide Matera, Ad un amico che tenta il suicidio; il sole come metafora. (…)

La scrittura come veleno. Ogni traccia, ogni testo, in fondo è sempre un testamento. Nei secoli, per contrade poco rassicuranti, ad ogni crocevia, una sospensione di giudizio, un esitare doloroso, tempo rubato all’esistenza.

Poco fa dicevi che il mondo reclama vita, ricordi? E adesso muori per un amore.

Ho parlato a un amico che tenta il suicidio. Da anni, inutilmente, sopravvive a se stesso, alla sua vitale noia, quella stessa noia che lo tiene cocciutamente attaccato alla vita.

Ho acceso per lui dei ceri alla madonna, e la madonna mi ha risposto piangendo, mentre lontano diafani angeli intonavano inni luterani.

Questa vita ci vuole vivi, svegli, attenti ma non sempre ci trova pronti.

Stanotte la pioggia batte sui vetri della mia finestra, incessantemente, con inaudita cattiveria; ma non sono io il poeta, ho detto questo a Maria; non sono io il poeta. Da sempre l’arte ripete senza sapere, ripete, ignara. Questo diceva Platone ai suoi allievi.

Possiamo trovare conforto nella morte? Questa società ci permette, da morti, almeno da morti di riposare in pace? Una fossa comune, ecco cosa ci aspetta e sopra un’ombra di funerei volatili a privarci del chiarore del sole; loro, gli insaziabili, gli avidi di aria e di spazio.

Ma cos’è il Sole se non metafora della Vita, primigenia metafora?

Privati di quella luce ogni cosa è putrefazione, della morale, dei sentimenti di pietà, di ogni amore possibile, di ogni compassione. Natura snaturata, natura violentata, natura sputtanata da loschi figuri, portatori di morte, ciarlatani della più bassa e volgare specie. Vorrei che Dio esistesse per vederli sprofondare nel vomito che producono copiosamente ogni giorno con spregiudicato orgoglio, l’orgoglio che solo gli idioti conoscono, perché questo sono, negazione d’ogni possibile umanità, errore, erranza, male e castrazione d’ogni impulso vitale, “invaginazione chiasmatica dei bordi”, supplemento spurio di imene che tesse trame, disfacendo ogni possibile verità.

Un bambino che nasce è la vita che nasce, che si perpetua, testimonianza di un amore che il mondo non merita, amore, sempre, di una Madre e di un Padre. Amore che non ci meritiamo, amore che abbiamo offeso, che abbiamo ucciso o che abbiamo preso ad umiliare.

L’amore di un’umanità che sembra vivere i suoi ultimi sclerotici rantoli, l’amore immeritato di un parto che genera senza fine, madre dolcissima e compassionevole di un passato che non è mai stato presente e che non lo sarà mai, iperbole atemporale, mare di puro corallo, pianto ininterrotto di madre che ama i suoi figli con struggente abnegazione, invio di invii senza destinazione nell’oscuro affaccendarsi dell’universo.

l_-il-sole-e-una-gigantesca-cassa-armonica-jpep