«Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia natura. E gli atti non mi legano; come qualcuno, seduto, si disinteressa di un affare, così io rimango senza attaccamento per i miei atti.»
L’aspettai per ore, sotto una pioggia scrosciante e fulmini che accompagnavano le cateratte del cielo cadenzandone il rumore. Eppure oltre quel caos sapevo esserci la quiete, i silenzi profondissimi dell’universo. Doveva esserci, lì dove la mia percezione si arrestava.
Chissà dove si sono rifugiati gli uccelli questa notte. Gli antichi guardiani del respiro del mondo. I ciarlieri e chiassosi abitanti del primo mattino.
L’aspettai per ore, che mi parvero anni — e poi secoli, dissolti nel battere di una palpebra. E poi ancora. E ancora. Il suo viso confuso col mio, il mio respiro al suo: etereo, come un vento quieto e dolce di primavera.
Ma adesso la pioggia fendeva con insistenza la mia esile figura, la mia inadeguatezza ai fatti del mondo. Pioveva a dirotto sulle mie scarpe fradice, sul mio naso e sul mio umore, sulla mia esistenza, sulla mia inutile attesa.
Tu, che tutto sai di me, e che adesso non so più dove sei, perduta, fragile, come un balenio di luce che tarda a raggiungermi per un dispettoso e crudele mistero.
Sarebbe bello passare del tempo insieme. Il tempo ci è debitore di tanti baci.
Mi chiedo spesso cosa mi è accaduto. Cosa ci è accaduto. Cosa ha spezzato le catene della mia convinzione di non potere più amare o essere a mia volta amato. Quale forza arcaica e primigenia si sia fatta prepotentemente strada tra le tortuosità dei nostri caratteri, delle nostre paure, tra i meandri dei nostri difetti, delle barriere erette a protezione dal mondo; della nostra segreta e pudica voglia di amare ed essere amati.
So che non ami essere accusata, che nonostante i tuoi sforzi sei rimasta permalosa e a tratti furente, intollerante e logorroica. Ma mi hai chiesto d’essere sincero, e io con te lo sarò sempre, finché avrò la forza per accarezzare il tuo volto, darti un bacio e dirti che ti amo.
Questa forza che ha tutto travolto, inconsapevole ma caparbia, testarda, decisa, ha un’anima e un volto che portano il tuo nome. Lo dico perché se pure è vero che non ha senso rimpiangere il passato, spesso, ritornando con la memoria alle nostre più antiche conversazioni, mi coglie come una malinconia, un rimpianto – ne abbiamo parlato spesso – per non averti conosciuta prima, quando la vita non aveva ancora segnato le nostre esistenze con le sue ferite.
Ricordi? Non ci hanno fatto incontrare. Ma lo sai. Come sai, e se non lo hai ancora capito sono qui a ricordartelo, che hai sciolto tutto il ghiaccio che paralizzava le mie emozioni, la mia capacità di condividere con un altro essere le mie paure, i miei segreti, le mie emozioni, la mia voglia di vivere e di amare.
Il tuo nome, marchiato a fuoco nella mia mente. Il primo pensiero del mattino e l’ultimo della seracome scriveva all’amata un poeta provenzale del XIII secolo:
Vagavo. Vagavo per ore, giorni, immerso nei miei pensieri e in una solitudine fattasi unica presenza.
Non un essere umano, non un animale. Un deserto di cose e suoni, vuoto e desolazione. Vagavo per i campi avvizziti della mia memoria. Ricordi sbiaditi quegli anni passati, volo di mosca, vanità delle vanità, dice Qoèlet, il “radunante”:
«Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».
Ricordo una luce, forse un fuoco lontano, e un odore acre, pungente, come di carne arsa da un rogo.
La mia memoria, questa memoria che mi spinge a fissare sulla carta i pensieri nel timore di smarrirmi, questi ricordi vecchi quanto i miei anni, quanto sono affidabili? Cosa c’è di vero in quello che ricordo? Chi scrive oggi queste pagine? Cosa dibatte la filosofia quando parla di “soggetto”? In che senso affermo di essere un “soggetto” come ipseità, subiectus, se a mia volta sono inevitabilmente destinato ad essere “soggetto” in quanto soggetto all’autorità, al potere, asservito, assoggettato, sottomesso al volere di ciò che non mi è concesso di decidere, di deliberare autonomamente nei confronti dell’altro o della sofferenza, della mia morte, della vita? Che soggetto sono esattamente?
Così i miei pensieri, e l’odore acre della carne bruciata.
Sì, era questo che pungeva le mie narici, carne bruciata, il sacrificio al dio, il tributo degli uomini a un dio assassino, al signore della putredine, dell’atroce vendetta. Millenni di sacrifici tributati dai piccoli e insignificanti uomini a dei immaginati, desiderati, creati contro la tirannia del tempo per paura della morte.
Dunque chi sono? Chi siamo? Abitiamo uno spazio inimmaginabile, terrificante in bellezza e dimensione, uno spazio per noi inconcepibile.
Chi sono io che pongo a questo altro me stesso queste domande?
Nel cielo stormi di rondini in volo. Stati magnetici disordinati, geometrie variabili, complessità caotiche di rara bellezza.
Un mondo lieve, etereo, contrapposto alla pesantezza della terra, refrattario alla gravità, sobrio e leggero, inaccessibile alla grossolana fisicità degli uomini, a un’umanità che ha perso le sue radici, il suo contatto con la terra. Senso ultimo dell’abitare il pianeta, pudico e schivo splendore comparso sin dal primo improvviso balenio di luce nell’universo, capriccio di una perversa e meravigliosa mente creatrice.
Non posso certo dire che il mio arrivo in quella città del Nord fu dei migliori. Faceva freddo, era notte, e il buio in uno spazio sconosciuto acuisce l’angoscia. Scritte di interminabili parole composte ad ogni angolo, dure, ostili, fredde come la coltre di neve che copriva ogni angolo di strada, di verde, ogni tetto. Faceva freddo. L’unica parvenza di calore le insegne luminose dei locali; un calore sconosciuto, che non poteva scaldare.
Un grande e modernissimo edificio, una grande entrata. Il mio ingresso in una nuova dimensione.
Sono molto giovane, sono stato strappato alla mia terra nel compiersi di un battito d’ali. Violentemente e senza alcun riguardo reciso alle mie amicizie, ai miei amori, a mia madre. E sono lontano da tutto; in una terra che mai avrei immaginato di dover conoscere. Una città, un nome di cui non avevo mai prima d’ora avuto notizia.
Il dottore è gentile. Nome incomprensibile, straniero e difficile. È curdo. Cerca di farsi capire, anche se né lui né noi siamo cresciuti nella terra della lingua in cui si esprime. Ha una pelle scura che contrasta con l’anima pallida di questi paesaggi. Ci rassicura, ci invita a riposare, a mangiare qualcosa, a prendere camera in albergo e dormire. Il viaggio è stato lungo e stancante, e domani è una giornata importante, domani sapremo cosa sarà della nostra vita.
Cerchiamo il luogo dove dormiremo. I piedi affondano nella neve che come un gelido sudario ricopre ogni cosa. Un silenzio surreale interrotto dal passaggio di qualche auto. D’improvviso l’estate si è tramutata in un rigido inverno. Da queste parti già a novembre l’inverno richiede il suo tributo. Tira un forte vento. È il periodo dell’anno in cui arrivano i venti gelidi dalla Russia. Sono ben coperto, ma non per l’autunno pungente di queste terre.
C’è un’insegna che suona familiare: “Pizzeria quattro”. Incredibile come quando sei lontano da casa la cosa più banale abbia la capacità di aprire il tuo cuore, di scaldarlo. Mio padre accenna a un sorriso, sorrido anch’io ed entriamo. Il locale è ben riscaldato, accogliente nella sua semplicità. C’è musica italiana, e per la prima volta non faccio caso a che musica sia. È italiana, e tanto basta a rinfrancarmi. Altri uomini dalla pelle scura. Presto veniamo a conoscenza del fatto che sono egiziani, iraniani. I titolari del locale.
La pizza è buona, la birra del colore dell’oro con in cima una schiuma che sembra un cappuccino. Siamo stanchi, ma anche affamati. Papà inizia a parlare di E. e si commuove. Vedo scendergli delle lacrime che gli rigano il viso. Vederlo ridotto così mi turba profondamente, l’ho sempre immaginato forte come una roccia, con quella sua intelligenza affilata come una lama chirurgica. Lui, che se gli chiedi aiuto risolve tutto, anche le cose impossibili. Ora, improvvisamente, mi sembra invecchiato di cent’anni. Faccio lo stupido e cerco di distrarlo, di dire qualcosa che possa allentare quella morsa al cuore che sembra distruggerlo. Ma io non sono padre, sono ancora un figlio. Suo figlio. Cosa posso comprendere della sua sofferenza? Dello smarrimento che gli offusca i pensieri? Forse sarà la birra. Mi consolo pensando che sia così. Ci hanno servito mezzo litro di birra a cui non siamo abituati. L’alcol fa brutti scherzi, fa emergere ogni emozione che teniamo al fondo del groviglio di emozioni e dolore che siamo. Forse è tempo di dormire, domani andrà meglio. Dopotutto siamo qui perché le cose migliorino, perché E. possa tornare alla sua vita e con lei tutti noi. Paghiamo in una moneta di cui non capiamo il valore di scambio. Alla cassa ci sorridono, e penso che tornerò presto perché qui si respira un po’ aria di famiglia.
In albergo fa caldo. Troppo. Papà apre la grande finestra che dà sulla strada innevata. Si mette a letto. Nonostante il lungo viaggio e l’irrecuperabile stanchezza di tutti questi mesi non ho sonno. Mi affaccio alla finestra per fumare una sigaretta. Luci e neve, e una strada nuova, sconosciuta. E un aria finissima, che sembra espandere ogni angolo dei miei polmoni.
Prima di partire ho registrato delle voci, un’audiocassetta con le voci e i messaggi dei miei amici. Pensavo potessero farmi sentire meno lontano da casa.
Sono andato in bagno, ho aperto il rubinetto della vasca e ho fatto scorrere acqua caldissima. Mi ci sono immerso con la solennità con cui ci si immerge in un archetipo liquido delle origini. Ho indossato le cuffie del Walkman e pressato lo start. Miste alle canzoni di Sting, Tracy Chapman, Battiato sono partite le voci ridenti, affettuose, scherzose, buffe, banali.
Banali.
Sono lontano da tutto. Me ne accorgo adesso, immerso in una vasca anonima, di un anonimo hotel, in una strada anonima di una città sconosciuta. Non c’è più nulla della mia vita, delle mie abitudini, dei miei amori, delle mie giornate.
Le voci scorrono, si intrecciano, incapaci di colmare il dolore che attanaglia la mia esistenza, il mio vuoto interiore. Ho un groppo alla gola, ma non voglio piangere, voglio rilassarmi e dimenticarmi.
Metto l’accappatoio, mi lavo i denti, mi guardo allo specchio come fosse la prima volta. Domani forse andrà meglio. Domani forse sarà diverso. Domani. Sembra già una promessa di cambiamento. Ma adesso, adesso che sono qui, ancora solo e più vecchio di quasi tre decenni, nel silenzio di quest’alba rotto dal cinguettio chiassoso degli uccelli, riguardando indietro a quel tempo di giovinezza mi dico che non sapevo, che non potevo sapere di essere arrivato, quella notte, nella città in cui un giorno avrei lasciato una parte di me. Una parte incancellabile e radiosa, ossimoro della vita vissuta, del mistero del nostro procedere, della disperazione di quei momenti. Forse la più bella, benché …
Le storie, in realtà, finiscono solo con la morte.
I miei passi sulla neve sono parte permeabile di questa natura. Un vento gelido soffia sul mio volto nudo, lontano l’ombra di un cervo tra le conifere. Questa è la sua casa. Affondo gli stivali su questa neve soffice, è da tanto che ho preso a camminare.
Lontano le luci di un paese, una pista di decollo, qualche vecchio trattore e campi sterminati lasciati a maggese. L’operato dell’uomo. Pennacchi dai camini e gesti d’intimità dentro le case: sarà l’ora di cena, voci di bambini, vita.
Il confine è lontano, aerei tuonano sopra la mia testa, ma qui non mi fanno più paura; cammino nel bosco, tra i rami più bassi degli alberi. Come immerso.
La vecchia contadina mi ha accolto con modi antichi e gentili. Ha capito che cammino da tanto tempo, non ne ho più memoria le ho detto, e che ho freddo e fame, solo questo.
Ha acceso il fuoco per permettermi di riscaldarmi, asciugare i vestiti umidi e freddi. Ha un forte accento tirolese, forte e dolce, come la gente di montagna. Mi ha offerto un piccante e speziato Gulasch, del burro e del pane nero fatto in casa, cetriolini e birra.
“ Siamo tutti cittadini del mondo, ospiti di passaggio” mi dice Katharina . Durante la guerra mi capitava di ospitare militari di ritorno dal fronte, poco più che ragazzini! ”
Le gote le si imporporano per il riaccendersi dei ricordi. E della rabbia.
“I potenti non si fanno scrupoli, stanno col culo al caldo quelli lì, con i loro pargoli e le loro mogli e mandano i figli della povera gente a massacrarsi l’uno contro l’altro, che Dio proprio non vuole. Nel ’38 sembravano tutti in preda alla follia, ubriachi! Bandiere, fiori e canti al passaggio di quello che sembrava un Salvatore venuto dalla Germania. Ma io lo avevo capito che sarebbe finita male, e sì che lo andavo dicendo, mi facevano mica paura a me quelli lì, lo dicevo che quelli erano canti di sciagura, fiori anticipati ai morti. Ma loro niente. Le divise, le armi, le donne in visibilio per le uniformi, gli uomini in preda a chissà quale furore malvagio”
La ascolto come ipnotizzato, la cantilena della sua voce scalda il cuore. Sono tempi strani anche questi le dico, non trovi?
“Ogni epoca ha il suo demonio. È una continua lotta intervallata da brevi periodi di pace. Gente che non capisce il valore della vita. Li vede quelli lì?”
Mi indica i suoi gatti.
“Non si uccidono mica tra di loro? S’azzuffano che sembra debba cascare il cielo, e quando lo fanno per un attimo non li distingui più, alzano nuvole di pelo come la neve, ma poi tornano a scaldarsi corpo a corpo, come fratelli. Come niente fosse accaduto, sono mica come noi”
C’è un fumo rarefatto nella stanza, sembra danzare sospeso alla luce della legna che brucia. Un brusio appena percettibile: la voce fuori della natura, e il vento del Nord.
La nostra coscienza si dice percepisca solo ciò che i nostri sensi percepiscono, che l’Oltre e il trascendente in vita ci è precluso, inaccessibile a ciò che siamo da due milioni di anni, quando una scintilla accese quel percorso di ominazione che ci ha condotti a dominare indiscriminatamente sulle altre creature e su questo fragile pianeta.
Ma cos’è quell’Oltre, la trascendenza di cui ci raccontano le religioni e la filosofia? E perché un Oltre farebbe la differenza per la nostra comprensione della vita? Basterebbe saper ascoltare, guardare per accorgersi che ogni cosa è animata da forme viventi, che non siamo soli, che non serve nessun Oltre se solo prestiamo attenzione all’incredibile varietà di creature che giorno dopo giorno lottano per la sopravvivenza, che soffrono, gioiscono insieme a noi. Perché ostinarsi a cercare il senso del nostro vivere fuori dalla vista, dall’olfatto, dai sensi?
“Il Gulasch e la birra fanno questo effetto, ti spediscono tra le coperte in braccio agli angeli. Ti ho preparato il letto, perché non mi sembra il caso di continuare a fare strada per questa notte, una bella dormita e domani sarai un uomo nuovo”
La ringrazio con un cenno del capo. Sono stanco, non ho più forze e il tepore di questo ambiente mi spinge solo a chiudere gli occhi.
L’indomani ci salutiamo. Alla luce del sole noto che ha dei bellissimi occhi azzurri e una di quelle pettinature a trecce come scolpite da millenni di tradizione.
“Grazie Katharina , non so come avrei fatto se non mi fossi imbattuto nella tua casa ieri notte. Mi sento meglio. Posso riprendere strada, forse mi stanno ancora aspettando, è da tanto che non li vedo.
“Non ringraziarmi figliolo, torna dai tuoi, abbraccia forte tua moglie e i tuoi bambini e se puoi ricordami ogni tanto nelle tue preghiere.
Non ho il coraggio di dirle che sono ateo, e che non ho mai pregato. Ma credo farò un’eccezione. Il senso ultimo della preghiera, in fondo, è nella preghiera stessa, in quel potere terapeutico di Mantra che abbiamo quasi dimenticato.
“Lo farò Katharina , stanne certa. Pregherò per te. Ma permettimi un’ultima domanda, perché gli uomini si fanno la guerra?”
“Perché si credono immortali figliolo. Immortali e padroni della terra. Mentre per la storia siamo solo carne da macello. Che Dio li perdoni”
Siamo condannati a occuparci giornalmente di tutte le tragedie del mondo.
Che le si sentano proprie – empaticamente vissute – o no, non possiamo più voltare lo sguardo, rivolgere le nostre attenzioni altrove. Siamo inchiodati a flussi infiniti di informazioni che ci riguardano, ci interpellano, ci interrogano, che ci seguono e che seguiamo, che coinvolgono le nostre coscienze.
Un tempo, ai nostri nonni, per sentirsi parte di una comunità bastava accorrere al capezzale dell’amico malato e rivolgergli una parola gentile, di affetto o di conforto, venire a conoscenza di gioie e dolori dei propri vicini più prossimi tra un bicchiere di vino e una briscola; ma il sipario sul resto del mondo calava ai confini di un piccolo paese, o di un quartiere di città oltre il quale la vita si agitava sconosciuta e per eco lontana.
Viviamo questo minuscolo frammento di esistenza da sempre promessa al tempo profondo. Terremoti, guerre, epidemie, cattiverie e sciagure d’ogni natura sono tutte presenti, accompagnano ogni istante della nostra vita. A meno che non si decida di vivere totalmente disconnessi da media e web siamo spinti dentro un improbabile buco nero che, sfidando le leggi del cosmo, risputa ogni goccia di sangue, ogni grido di dolore, di angoscia.
Ma noi quanto possiamo sopportare? Qual è il prezzo pagato per questa irrevocabile appartenenza al villaggio globale? Quali effetti ha, sulla nostra psiche già endemicamente tormentata, questa condivisione d’ogni male esistente al mondo?
Per la mia generazione c’era un tempo in cui l’aria di primavera annunciava una stagione dolce, morbida come il seno di una puerpera, e ogni cosa sembrava seguire il corso stabilito da una natura benevola. Non è una visione romantica e nostalgica. Chiunque abbia vissuto quel tempo sa di cosa parlo. C’erano le stagioni: l’inverno, cui seguiva una primavera intrisa di una dolcezza senza ambiguità, colorata di una luce che portava in sé struggenti promesse di falò e chiarori lunari, di luoghi di villeggiatura in cui poter ritrovare e riabbracciare amici persi di vista da un anno, le pannocchie comprate dal contadino, le visite alla masseria e il latte appena munto, le canzoni sotto il salice o sulla spiaggia, le canne fumate e condivise con gli amici, i jeans all’ultima moda e le risate senza senso, a mortificare quel vuoto da riempire che ogni adolescente per legge di natura ha cucito sulla propria pelle. C’era di che parlare, c’era sempre qualcosa da fare, nonostante a volte, in realtà, da fare propriamente non c’era. E c’era agosto con i puntuali temporali dopo il quindici del mese, il ritorno in città e l’aria frizzante d’autunno con le certezze di nuove conquiste negli studi, di nuovi amori, di una “vita nova”.
Questo scritto non ha molto senso, lo capisco. Non so neanche se avessi intenzione di dargliene. Poco importa. Non faccio letteratura né poesia. Siamo tutti così preoccupati a dare un senso a questa nostra vita, a questo nostro transitare che a volte perdiamo di mira il fatto che in tutto questo non c’è senso alcuno, né fine, retaggio cristiano. E tuttavia, forse proprio per sfuggire a questa aporia del vivere che contraddistingue l’animale complesso che siamo, un tempo, generazione dopo generazione, gli esseri umani avevano stabilito un patto con la natura, con i cicli del cosmo, con lo scorrere del tempo concessoci.
Non che la vita non fosse crudele, ingiusta, schifosa, imbrattata di merda, di sangue innocentemente versato, offesa da guerre, fame e sofferenza e morte, non che non fosse infinitamente perfettibile. Non penso questo. Sarei un idiota se sostenessi un’ipotesi del genere. Ma qualcosa lasciava sempre intravedere la possibilità di strappare allo scorrere dei giorni, degli anni, una tregua, dei momenti di riposo per questa nostra fragile psiche – ψυχή, anima, soffio, res cogitans, Io, Es Super-Io, pneuma comunque vi sentiate a vostro agio nell’identificare quello che in fondo siamo – qualcosa che infine dava senso al Tutto che questo nostro breve passaggio rimane essere.
Ecco, questo qualcosa sembra ci siamo persi per strada. E non è colpa di nessuno. Non ci sono colpe, esistono gli esseri umani e la strada che hanno deciso di tracciare giorno dopo giorno innanzi a sé, verso ignoti scenari ancora a venire.
Se siete giunti fin qui vi chiedo scusa per il tempo sottrattovi. Non volevo dirvi, raccontarvi niente, quello lo fanno già egregiamente gli scrittori.
Sarà quel po’ di angoscia in questa notte di marzo, investito dagli eventi terribili che tutti voi conoscete e il non avere un dio cui rivolgere i miei sentimenti.
Ai bambini e ai più giovani va il mio pensiero più dolce e affettuoso.
Il mondo è vostro, fatene qualcosa di migliore, perché è possibile.
Il temporale è violento, ci avevano avvisati. Tutte le stazioni radio del canton Grigioni, ripetutamente, avevano lanciato l’allarme; ma sono uscito lo stesso. Ho portato con me il superfluo, tutto quello che non mi proteggerà dalle intemperie, tutto quello che non mi serve, non un ombrello, non un impermeabile. Ho portato me stesso, con l’intento di dimenticarmi. E di perdermi. Quel che resiste di me e il cosmo, le potenze in subbuglio e il caos e nient’altro. Posso distinguere bene l’odore della pioggia sulla terra arida, percepisco la sua quiete dopo la lunga attesa. Amante paziente è la terra. Il profumo del petricore, la pietra e la linfa, il sangue degli déi, o il loro pianto. Le montagne dell’Engadina sono come promesse di pace questa notte, nonostante tutto, a dispetto della furia degli agenti atmosferici. Le percorro incurante della pioggia che mi taglia il viso, del vento che sferza la mia esile figura. È questo che volevo, essere natura nella natura, acqua nell’acqua, pioggia nella pioggia, divenire furia con la furia del vento. Non esistere come soggetto è la massima realizzazione del soggetto, dimenticarsi, mettere da parte questo vanitoso essere che ci marca stretti, che ci lega alla finitudine, all’inevitabile destino di nascere per morire, alla tirannia del tempo. Sono, adesso, quello che vedo oltre me stesso, non un pensiero tossico, non una resistenza contro l’esterno. Sono la pioggia e le montagne, il petricore e il vento, la volpe che corre verso il suo rifugio, il fulmine luminoso che si squaderna per l’universo intero.
Vorrei fermare questo istante per l’eternità, dissolvermi in atomi e, come elemento tra gli elementi, partecipare al gioco beffardo degli dei, precipitare dentro l’indistinta oscurità del Nulla.
Immaginate di essere albero, pianta o animale di bosco, anno dopo anno carbonizzato dal virus più spietato esistente sulla faccia della terra.
D’essere un animale sgozzato con inaudita violenza. Di vedere scorrere, in preda al terrore, il vostro sangue nel puzzo di un macello per soddisfare rozzi palati di uomini senza pietà e il cui inevitabile fine è cacarvi dopo avervi digeriti; di vedervi mancare il suolo che vi ha sempre ospitati per l’ingordigia senza pace dell’animale verticale.
Di vedervi strappare i vostri figli perché indesiderati e scomodi. Di sentirvi in gabbia, antichi figli della terra libera, legati a macchinari da ricercatori occhialuti che senza pietà vi usano come cavie da laboratorio.
Un Olocausto infinito.
Mi deprime e mi rattrista quello che stiamo vivendo come esseri umani, mi angoscia, ma la terra forse ha un’anima che noi non abbiamo mai compreso pienamente, o che abbiamo smarrito strada facendo.
Non è vendetta quella della natura; quella è una miseria che appartiene solo all’uomo.
La scrittura come veleno. Ogni traccia, ogni testo, in fondo è sempre un testamento. Nei secoli, per contrade poco rassicuranti, ad ogni crocevia, una sospensione di giudizio, un esitare doloroso, tempo rubato all’esistenza.
Poco fa dicevi che il mondo reclama vita, ricordi? E adesso muori per un amore.
Ho parlato a un amico che tenta il suicidio. Da anni, inutilmente, sopravvive a se stesso, alla sua vitale noia, quella stessa noia che lo tiene cocciutamente attaccato alla vita.
Ho acceso per lui dei ceri alla madonna, e la madonna mi ha risposto piangendo, mentre lontano diafani angeli intonavano inni luterani.
Questa vita ci vuole vivi, svegli, attenti ma non sempre ci trova pronti.
Stanotte la pioggia batte sui vetri della mia finestra, incessantemente, con inaudita cattiveria; ma non sono io il poeta, ho detto questo a Maria; non sono io il poeta. Da sempre l’arte ripete senza sapere, ripete, ignara. Questo diceva Platone ai suoi allievi.
Possiamo trovare conforto nella morte? Questa società ci permette, da morti, almeno da morti di riposare in pace? Una fossa comune, ecco cosa ci aspetta e sopra un’ombra di funerei volatili a privarci del chiarore del sole; loro, gli insaziabili, gli avidi di aria e di spazio.
Ma cos’è il Sole se non metafora della Vita, primigenia metafora?
Privati di quella luce ogni cosa è putrefazione, della morale, dei sentimenti di pietà, di ogni amore possibile, di ogni compassione. Natura snaturata, natura violentata, natura sputtanata da loschi figuri, portatori di morte, ciarlatani della più bassa e volgare specie. Vorrei che Dio esistesse per vederli sprofondare nel vomito che producono copiosamente ogni giorno con spregiudicato orgoglio, l’orgoglio che solo gli idioti conoscono, perché questo sono, negazione d’ogni possibile umanità, errore, erranza, male e castrazione d’ogni impulso vitale, “invaginazione chiasmatica dei bordi”, supplemento spurio di imene che tesse trame, disfacendo ogni possibile verità.
Un bambino che nasce è la vita che nasce, che si perpetua, testimonianza di un amore che il mondo non merita, amore, sempre, di una Madre e di un Padre. Amore che non ci meritiamo, amore che abbiamo offeso, che abbiamo ucciso o che abbiamo preso ad umiliare.
L’amore di un’umanità che sembra vivere i suoi ultimi sclerotici rantoli, l’amore immeritato di un parto che genera senza fine, madre dolcissima e compassionevole di un passato che non è mai stato presente e che non lo sarà mai, iperbole atemporale, mare di puro corallo, pianto ininterrotto di madre che ama i suoi figli con struggente abnegazione, invio di invii senza destinazione nell’oscuro affaccendarsi dell’universo.