Lucius Errante

Lucius Errante, L’ossimoro di un’intellettualità “di parte”

La parola “intellettuale” affonda le sue radici nel latino intellectus, derivato dal verbo intelligere, che significa “comprendere, capire”. L’intellettuale, dunque, è chi usa consapevolmente la propria capacità di pensiero critico e ragionato per interpretare e analizzare la realtà. Non si tratta semplicemente di un accumulatore di nozioni, ma di un agente riflessivo, chiamato a decostruire idee e a mettere in discussione certezze. Questa definizione originaria ci aiuta a comprendere perché sia così problematico l’uso corrente di definizioni come “intellettuale di sinistra” o “intellettuale di destra”.

Attribuire un’appartenenza politica fissa a un intellettuale – sia essa “di sinistra” o “di destra” – rischia così di rappresentare una contraddizione in termini. Il pensiero critico, per sua natura, non si lascia incasellare in ideologie rigide. Un intellettuale che abbraccia integralmente e senza riserve una dottrina politica, limitandosi a ripeterne i dogmi, rinuncia a quell’autonomia che dovrebbe essere il fondamento stesso del suo ruolo.

Pensare significa interrogare, dubitare, analizzare tutte le posizioni – comprese quelle cui ci si sente più vicini. Eppure, nella società contemporanea, la figura dell’intellettuale ha finito per essere quella di un militante: schierato, prevedibile, rassicurante per il proprio campo, dunque incapace di romperne gli schemi. Non si tratta più di un pensatore libero, ma di un “tifoso”, la cui funzione è più quella di propagandista che di critico.

Julien Benda e il “tradimento dei chierici”

Questa dinamica fu al centro della critica del filosofo francese Julien Benda che, nel suo saggio del 1927, Il tradimento dei chierici, denunciava come gli intellettuali, un tempo custodi di valori universali e disinteressati, fossero divenuti servitori delle passioni politiche e delle fazioni. Per lui, i “chierici” – così chiamati per la loro funzione quasi sacerdotale di garanti della ragione – avevano tradito la loro vocazione passando dalla ricerca della verità a un’adesione militante e partigiana.

La lezione di Benda resta attuale: l’intellettuale non può essere al servizio di nessuna ideologia, perché la sua missione è quella di porre in discussione le certezze, di parlare “al di sopra delle parti” e di tutelare un pensiero universale, capace di cogliere la complessità del reale.

Nella storia del Novecento, questo ideale di libertà intellettuale, s’incarnò in alcuni poeti, filosofi e scrittori che rifiutarono l’appartenenza a ideologie rigide pur mantenendo un impegno etico e politico:

  • Albert Camus, vicino alla sinistra ma critico feroce dello stalinismo, scelse sempre la strada del dubbio e della coerenza morale.
  • Pier Paolo Pasolini, comunista ma mai allineato, denunciò tanto i limiti del suo stesso schieramento quanto le derive del consumismo e della società borghese.
  • George Orwell, militante antifascista, non esitò a condannare i totalitarismi sia di destra sia di sinistra, offrendo un ritratto impietoso delle dinamiche di potere e controllo.
  • Simone Weil, pensatrice e mistica, rifiutò qualsiasi appartenenza ideologica che schiacciasse la complessità del reale e la profondità della coscienza individuale.

Questi intellettuali non rappresentarono mai “partiti” o schieramenti, ma la vocazione alla verità, anche quando essa li isolava o li rendeva scomodi.

L’intellettuale, quando è realmente tale, è per sua natura un dissidente. Quando cessa di interrogare le proprie idee e si limita a confermare le posizioni “del suo campo”, smette di essere tale. Non è più un pensatore libero, ma un propagatore di slogan preconfezionati, un funzionario, un acritico custode del discorso conforme a una determinata appartenenza. Non solleva domande, ma si limita a elargire risposte rassicuranti. Non pensa, ma conferma.

Il compito dell’intellettuale è invece quello di turbare, disturbare le certezze, anche quelle più radicate nella propria comunità di riferimento. La sua “casa” è il dubbio, la sua missione quella di mantenere viva la scintilla di un’inquietudine mai approdante.

Una chiamata alla responsabilità

In un’epoca di polarizzazione politica che fagocita ogni forma di pensiero critico, di dibattiti mediatici simili a pollai, di mediocri urlatori che hanno come unico scopo difendere la propria fazione, si sente, dunque, più che in passato, un’urgenza nuova di intellettuali capaci di disobbedire alle appartenenze, di proporre un pensiero disturbante capace di rinunciare alla rassicurazione del conformismo. Un pensatore critico non è “di destra” o “di sinistra”, meglio, non può sostenere dogmaticamente il pensiero dominante della propria inclinazione politica, ma deve essere un custode della complessità, un eretico di ciò che appare ovvio, una voce fedele esclusivamente alla ricerca della verità.

Una sfida difficile e aperta: essere pensatori che mettono in discussione se stessi prima di tutto, capaci di guardare oltre i confini delle ideologie, e di mantenere viva la vocazione originaria dell’intellettuale, quella di chi comprende davvero o, almeno,  in buona fede e lontano da tentazioni di facili consensi, tenta di farlo.

IBK, Österreich, 15 MAGGIO 2025.

Nella foto: Gli intellettuali al Café Rotonde, 1913, Tullio Garbari.

Poesie

Davide Matera: Accada pure

Accada pure

Che la mia immagine si

Dissolva

Nei tuoi sfiniti occhi

Che il mio nome

Intatto s’inabissi

Nell’angolo più riposto

della tua

dimenticanza

Ogni mio attimo

Ogni mio sguardo

Perduto si sciolga nell’oblio

Del tempo

Dello spazio concepito

Umano

Accada pure

Ch’ io mi perda

Per cento e mille anni

ancora

E che Noi

Aversi da nutrita

E puttana sorte

Smarriamo nel sonno

Duro del sentire

Mondano di noi

I più alti cieli

 Nello scuro

Della notte

I volti di noi che eravamo

Con infinita gentile tristezza

Così

che ogni nostro

Tenero amplesso

Ogni nostra segreta visione

Legata resti

A questa fragile

Memoria mortale

Così di noi si ricordi

Come due cani dalla vita

Bastonati e derisi

Tu

Che sempre

 Nei miei pensieri

                            Rimani

MNR, 16  settembre 2011

Poesie

Davide Matera, Ho vissuto.

Ho vissuto una vita ricca.

E se nulla più si aggiungesse

al mio percorso terrestre,

niente verrebbe a sottrarre

la sua abbondanza,

la sua impertinente opulenza,

così simile a ricchi campi

di grano e di more

 e a un sole prepotente

e sovrano.

Ho conosciuto, bambino,

la melanconia che affligge

i viventi,

l’ho sentita sulla pelle,

sul volto sofferente

di mia madre,

su quello di mio fratello.

Ho conosciuto l’ingiustizia

ammantata di belle parole

e di illusorie bandiere

di pace,

la menzogna dell’ideologia

profusa a larghe mani

sin dai banchi di scuola,

le bandiere stracce,

la prevaricazione del potere

e la vergogna

degli accondiscendenti.

I miserabili.

Ho respirato la magia

estatica dello scirocco

e bevuto l’irruenza

del temporale

d’agosto.

Ho vissuto una vita

ricca e meravigliosa.

Ho assaggiato,

e sono stato assaggiato,

ho divorato

e sono stato divorato,

ho scopato

e sono stato scopato

come un dio dell’olimpo,

mentre l’universo squadernava

cori di felici cherubini.

I cieli in travaglio,
lei sciolta su di me,
io – contro ogni legge –
risalgo alla fonte
della vita stessa,
in un amplesso
cosmico, infinito.

Così manifesta
la sua bellezza
il tempo crudele,
l’ingannatore.

 MNR, ‎17 ‎aprile ‎2022.

Racconti e Scritti

Davide Matera, “Fix You”.

L’aspettai per ore, sotto una pioggia scrosciante e fulmini che accompagnavano le cateratte del cielo cadenzandone il rumore. Eppure oltre quel caos sapevo esserci la quiete, i silenzi profondissimi dell’universo. Doveva esserci, lì dove la mia percezione si arrestava.

Chissà dove si sono rifugiati gli uccelli questa notte. Gli antichi guardiani del respiro del mondo. I ciarlieri e chiassosi abitanti del primo mattino.  

L’aspettai per ore, che mi parvero anni — e poi secoli, dissolti nel battere di una palpebra. E poi ancora. E ancora. Il suo viso confuso col mio, il mio respiro al suo: etereo, come un vento quieto e dolce di primavera.

Ma adesso la pioggia fendeva con insistenza la mia esile figura, la mia inadeguatezza ai fatti del mondo. Pioveva a dirotto sulle mie scarpe fradice, sul mio naso e sul mio umore, sulla mia esistenza, sulla mia inutile attesa.

Tu, che tutto sai di me, e che adesso non so più dove sei, perduta, fragile, come un balenio di luce che tarda a raggiungermi per un dispettoso e crudele mistero.

MNR, 8 Aprile 2025

Racconti e Scritti

Davide Matera, Lettera ad Agnes

Sarebbe bello passare del tempo insieme. Il tempo ci è debitore di tanti baci.

Mi chiedo spesso cosa mi è accaduto. Cosa ci è accaduto. Cosa ha spezzato le catene della mia convinzione di non potere più amare o essere a mia volta amato. Quale forza arcaica e primigenia si sia fatta prepotentemente strada tra le tortuosità dei nostri caratteri, delle nostre paure, tra i meandri dei nostri difetti, delle barriere erette a protezione dal mondo; della nostra segreta e pudica voglia di amare ed essere amati.

So che non ami essere accusata, che nonostante i tuoi sforzi sei rimasta permalosa e a tratti furente, intollerante e logorroica. Ma mi hai chiesto d’essere sincero, e io con te lo sarò sempre, finché avrò la forza per accarezzare il tuo volto, darti un bacio e dirti che ti amo.

Questa forza che ha tutto travolto, inconsapevole ma caparbia, testarda, decisa, ha un’anima e un volto che portano il tuo nome. Lo dico perché se pure è vero che non ha senso rimpiangere il passato, spesso, ritornando con la memoria alle nostre più antiche conversazioni, mi coglie come una malinconia, un rimpianto  – ne abbiamo parlato spesso – per non averti conosciuta prima, quando la vita non aveva ancora segnato le nostre esistenze con le sue ferite.

Ricordi? Non ci hanno fatto incontrare. Ma lo sai. Come sai, e se non lo hai ancora capito sono qui a ricordartelo, che hai sciolto tutto il ghiaccio che paralizzava le mie emozioni, la mia capacità di condividere con un altro essere le mie paure, i miei segreti, le mie emozioni, la mia voglia di vivere e di amare.

Il tuo nome, marchiato a fuoco nella mia mente. Il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera  come scriveva all’amata un poeta provenzale del XIII secolo:

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Racconti e Scritti

Davide Matera, Geometrie del vuoto.

Vagavo. Vagavo per ore, giorni, immerso nei miei pensieri e in una solitudine fattasi unica presenza.

Non un essere umano, non un animale. Un deserto di cose e suoni, vuoto e desolazione. Vagavo per i campi avvizziti della mia memoria. Ricordi sbiaditi quegli anni passati, volo di mosca, vanità delle vanità, dice Qoèlet, il “radunante”:

«Quale utilità ricava luomo da tutto laffanno per cui fatica sotto il sole?».

Ricordo una luce, forse un fuoco lontano, e un odore acre, pungente, come di carne arsa da un rogo.

La mia memoria, questa memoria che mi spinge a fissare sulla carta i pensieri nel timore di smarrirmi, questi ricordi vecchi quanto i miei anni, quanto sono affidabili? Cosa c’è di vero in quello che ricordo? Chi scrive oggi queste pagine? Cosa dibatte la filosofia quando parla di “soggetto”? In che senso affermo di essere un “soggetto” come ipseità, subiectus, se a mia volta sono inevitabilmente destinato ad essere “soggetto” in quanto soggetto all’autorità, al potere, asservito, assoggettato, sottomesso al volere di ciò che non mi è concesso di decidere, di deliberare autonomamente nei confronti dell’altro o della sofferenza, della mia morte, della vita? Che soggetto sono esattamente?

Così i miei pensieri, e l’odore acre della carne bruciata.

Sì, era questo che pungeva le mie narici, carne bruciata, il sacrificio al dio, il tributo degli uomini a un dio assassino, al signore della putredine, dell’atroce vendetta. Millenni di sacrifici tributati dai piccoli e insignificanti uomini a dei immaginati, desiderati, creati contro la tirannia del tempo per paura della morte.

Dunque chi sono? Chi siamo? Abitiamo uno spazio inimmaginabile, terrificante in bellezza e dimensione, uno spazio per noi inconcepibile.

Chi sono io che pongo a questo altro me stesso queste domande?

Nel cielo stormi di rondini in volo. Stati magnetici disordinati, geometrie variabili, complessità caotiche di rara bellezza.

Un mondo lieve, etereo, contrapposto alla pesantezza della terra, refrattario alla gravità, sobrio e leggero, inaccessibile alla grossolana fisicità degli uomini, a un’umanità che ha perso le sue radici, il suo contatto con la terra. Senso ultimo dell’abitare il pianeta, pudico e schivo splendore comparso sin dal primo improvviso balenio di luce nell’universo, capriccio di una perversa e meravigliosa mente creatrice.

Crudele, indecifrabile, perenne mistero.         

MNR, 23 Marzo 2025.

Racconti e Scritti

Davide Matera, Fremde.

Non posso certo dire che il mio arrivo in quella città del Nord fu dei migliori. Faceva freddo, era notte, e il buio in uno spazio sconosciuto acuisce l’angoscia. Scritte di interminabili parole composte ad ogni angolo, dure, ostili, fredde come la coltre di neve che copriva ogni angolo di strada, di verde, ogni tetto. Faceva freddo. L’unica parvenza di calore le insegne luminose dei locali; un calore sconosciuto, che non poteva scaldare.

Un grande e modernissimo edificio, una grande entrata. Il mio ingresso in una nuova dimensione.

Sono molto giovane, sono stato strappato alla mia terra nel compiersi di un battito d’ali. Violentemente e senza alcun riguardo reciso alle mie amicizie, ai miei amori, a mia madre. E sono lontano da tutto; in una terra che mai avrei immaginato di dover conoscere. Una città, un nome di cui non avevo mai prima d’ora avuto notizia.

Il dottore è gentile. Nome incomprensibile, straniero e difficile. È curdo. Cerca di farsi capire, anche se né lui né noi siamo cresciuti nella terra della lingua in cui si esprime. Ha una pelle scura che contrasta con l’anima pallida di questi paesaggi. Ci rassicura, ci invita a riposare, a mangiare qualcosa, a prendere camera in albergo e dormire. Il viaggio è stato lungo e stancante, e domani è una giornata importante, domani sapremo cosa sarà della  nostra vita.

Cerchiamo il luogo dove dormiremo. I piedi affondano nella neve che come un gelido sudario ricopre ogni cosa. Un silenzio surreale interrotto dal passaggio di qualche auto. D’improvviso l’estate si è tramutata in un rigido inverno. Da queste parti già a novembre l’inverno richiede il suo tributo. Tira un forte vento. È il periodo dell’anno in cui arrivano i venti gelidi dalla Russia. Sono ben coperto, ma non per l’autunno pungente di queste terre.

C’è un’insegna che suona familiare: “Pizzeria quattro”. Incredibile come quando sei lontano da casa la cosa più banale abbia la capacità di aprire il tuo cuore, di scaldarlo. Mio padre accenna a un sorriso, sorrido anch’io ed entriamo. Il locale è ben riscaldato, accogliente nella sua semplicità. C’è musica italiana, e per la prima volta non faccio caso a che musica sia. È italiana, e tanto basta a rinfrancarmi. Altri uomini dalla pelle scura. Presto veniamo a conoscenza del fatto che sono egiziani, iraniani. I titolari del locale.

La pizza è buona, la birra del colore dell’oro con in cima una schiuma che sembra un cappuccino. Siamo stanchi, ma anche affamati. Papà inizia a parlare di E. e si commuove. Vedo scendergli delle lacrime che gli rigano il viso. Vederlo ridotto così mi turba profondamente, l’ho sempre immaginato forte come una roccia, con quella sua intelligenza affilata come una lama chirurgica. Lui, che se gli chiedi aiuto risolve tutto, anche le cose impossibili. Ora, improvvisamente, mi sembra invecchiato di cent’anni. Faccio lo stupido e cerco di distrarlo, di dire qualcosa che possa allentare quella morsa al cuore che sembra distruggerlo. Ma io non sono padre, sono ancora un figlio. Suo figlio. Cosa posso comprendere della sua sofferenza? Dello smarrimento che gli offusca i pensieri? Forse sarà la birra. Mi consolo pensando che sia così. Ci hanno servito mezzo litro di birra a cui non siamo abituati. L’alcol fa brutti scherzi, fa emergere ogni emozione che teniamo al fondo del groviglio di emozioni e dolore che siamo. Forse è tempo di dormire, domani andrà meglio. Dopotutto siamo qui perché le cose migliorino, perché E. possa tornare alla sua vita e con lei tutti noi. Paghiamo in una moneta di cui non capiamo il valore di scambio. Alla cassa ci sorridono, e penso che tornerò presto perché qui si respira un po’ aria di famiglia.

In albergo fa caldo. Troppo. Papà apre la grande finestra che dà sulla strada innevata. Si mette a letto. Nonostante il lungo viaggio e l’irrecuperabile stanchezza di tutti questi mesi non ho sonno. Mi affaccio alla finestra per fumare una sigaretta. Luci e neve, e una strada nuova, sconosciuta. E un aria finissima, che sembra espandere ogni angolo dei miei polmoni.     

Prima di partire ho registrato delle voci, un’audiocassetta con le voci e i messaggi dei miei amici. Pensavo potessero farmi sentire meno lontano da casa.

Sono andato in bagno, ho aperto il rubinetto della vasca e ho fatto scorrere acqua caldissima. Mi ci sono immerso con la solennità con cui ci si immerge in un archetipo liquido delle origini. Ho indossato le cuffie del Walkman e pressato lo start. Miste alle canzoni di Sting, Tracy Chapman, Battiato sono partite le voci ridenti, affettuose, scherzose, buffe, banali.

Banali.

Sono lontano da tutto. Me ne accorgo adesso, immerso in una vasca anonima, di un anonimo hotel, in una strada anonima di una città sconosciuta. Non c’è più nulla della mia vita, delle mie abitudini, dei miei amori, delle mie giornate.

Le voci scorrono, si intrecciano, incapaci di colmare il dolore che attanaglia la mia esistenza, il mio vuoto interiore. Ho un groppo alla gola, ma non voglio piangere, voglio rilassarmi e dimenticarmi.

Metto l’accappatoio, mi lavo i denti, mi guardo allo specchio come fosse la prima volta. Domani forse andrà meglio. Domani forse sarà diverso. Domani. Sembra già una promessa di cambiamento. Ma adesso, adesso che sono qui, ancora solo e più vecchio di quasi tre decenni, nel silenzio di quest’alba rotto dal cinguettio chiassoso degli uccelli, riguardando indietro a quel tempo di giovinezza mi dico che non sapevo, che non potevo sapere di essere arrivato, quella notte, nella città in cui un giorno avrei lasciato una parte di me. Una parte incancellabile e radiosa, ossimoro della vita vissuta, del mistero del nostro procedere, della disperazione di quei momenti. Forse la più bella, benché …

Le storie, in realtà, finiscono solo con la morte.

E chi scrive vive ancora. Dopotutto.

  IMBNKR, tra qui e l’altrove. 7 Aprile 2023.     

Racconti e Scritti

Davide Matera, Nel Bosco. In ricordo di Katharina Prantl.

I miei passi sulla neve sono parte permeabile di questa natura. Un vento gelido soffia sul mio volto nudo, lontano l’ombra di un cervo tra le conifere. Questa è la sua casa. Affondo gli stivali su questa neve soffice, è da tanto che ho preso a camminare.

Lontano le luci di un paese, una pista di decollo, qualche vecchio trattore e campi sterminati lasciati a maggese. L’operato dell’uomo. Pennacchi dai camini e gesti d’intimità dentro le case: sarà l’ora di cena, voci di bambini, vita.

Il confine è lontano, aerei tuonano sopra la mia testa, ma qui non mi fanno più paura; cammino nel bosco, tra i rami più bassi degli alberi. Come immerso.

La vecchia contadina mi ha accolto con modi antichi e gentili. Ha capito che cammino da tanto tempo, non ne ho più memoria le ho detto, e che ho freddo e fame, solo questo.

Ha acceso il fuoco per permettermi di riscaldarmi, asciugare i vestiti umidi e freddi. Ha un forte accento tirolese, forte e dolce, come la gente di montagna. Mi ha offerto un piccante e speziato Gulasch, del burro e del pane nero fatto in casa, cetriolini e birra.

  • “ Siamo tutti cittadini del mondo, ospiti di passaggio” mi dice Katharina . Durante la guerra mi capitava di ospitare militari di ritorno dal fronte, poco più che ragazzini! ”

Le gote le si imporporano per il riaccendersi dei ricordi. E della rabbia.

  • “I potenti non si fanno scrupoli, stanno col culo al caldo quelli lì, con i loro pargoli e le loro mogli e mandano i figli della povera gente a massacrarsi l’uno contro l’altro, che Dio proprio non vuole. Nel ’38 sembravano tutti in preda alla follia, ubriachi! Bandiere, fiori e canti al passaggio di quello che sembrava un Salvatore venuto dalla Germania. Ma io lo avevo capito che sarebbe finita male, e sì che lo andavo dicendo, mi facevano mica paura a me quelli lì, lo dicevo che quelli erano canti di sciagura, fiori anticipati ai morti. Ma loro niente. Le divise, le armi, le donne in visibilio per le uniformi, gli uomini in preda a chissà quale furore malvagio”

La ascolto come ipnotizzato, la cantilena della sua voce scalda il cuore. Sono tempi strani anche questi le dico, non trovi?

  • “Ogni epoca ha il suo demonio. È una continua lotta intervallata da brevi periodi di pace. Gente che non capisce il valore della vita. Li vede quelli lì?”

Mi indica i suoi gatti.

  • “Non si uccidono mica tra di loro? S’azzuffano che sembra debba cascare il cielo, e quando lo fanno per un attimo non li distingui più, alzano nuvole di pelo come la neve, ma poi tornano a scaldarsi corpo a corpo, come fratelli. Come niente fosse accaduto, sono mica come noi”

C’è un fumo rarefatto nella stanza, sembra danzare sospeso alla luce della legna che brucia. Un brusio appena percettibile: la voce fuori della natura, e il vento del Nord.

La nostra coscienza si dice percepisca solo ciò che i nostri sensi percepiscono, che l’Oltre e il trascendente in vita ci è precluso, inaccessibile a ciò che siamo da due milioni di anni, quando una scintilla accese quel percorso di ominazione che ci ha condotti a dominare indiscriminatamente sulle altre creature e su questo fragile pianeta.

Ma cos’è quell’Oltre, la trascendenza di cui ci raccontano le religioni e la filosofia? E perché un Oltre farebbe la differenza per la nostra comprensione della vita? Basterebbe saper ascoltare, guardare per accorgersi che ogni cosa è animata da forme viventi, che non siamo soli, che non serve nessun Oltre se solo prestiamo attenzione all’incredibile varietà di creature che giorno dopo giorno lottano per la sopravvivenza, che soffrono, gioiscono insieme a noi. Perché ostinarsi a cercare il senso del nostro vivere fuori dalla vista, dall’olfatto, dai sensi?

  • “Il Gulasch e la birra fanno questo effetto, ti spediscono tra le coperte in braccio agli angeli. Ti ho preparato il letto, perché non mi sembra il caso di continuare a fare strada per questa notte, una bella dormita e domani sarai un uomo nuovo”

La ringrazio con un cenno del capo. Sono stanco, non ho più forze e il tepore di questo ambiente mi spinge solo a chiudere gli occhi.

L’indomani ci salutiamo. Alla luce del sole noto che ha dei bellissimi occhi azzurri e una di quelle pettinature a trecce come scolpite da millenni di tradizione.

  • “Grazie Katharina , non so come avrei fatto se non mi fossi imbattuto nella tua casa ieri notte. Mi sento meglio. Posso riprendere strada, forse mi stanno ancora aspettando, è da tanto che non li vedo.
  • “Non ringraziarmi figliolo, torna dai tuoi, abbraccia forte tua moglie e i tuoi bambini e se puoi ricordami ogni tanto nelle tue preghiere.

Non ho il coraggio di dirle che sono ateo, e che non ho mai pregato. Ma credo farò un’eccezione. Il senso ultimo della preghiera, in fondo, è nella preghiera stessa, in quel potere terapeutico di Mantra che abbiamo quasi dimenticato.

  • “Lo farò Katharina , stanne certa. Pregherò per te. Ma permettimi un’ultima domanda, perché gli uomini si fanno la guerra?”
  • “Perché si credono immortali figliolo. Immortali e padroni della terra. Mentre per la storia siamo solo carne da macello. Che Dio li perdoni”
  • “Grüß dich!”

Österreich,  4 März 2022.

Racconti e Scritti

Davide Matera, Condannati a tutte le tragedie del mondo

Siamo condannati a occuparci giornalmente di tutte le tragedie del mondo.

Che le si sentano proprie – empaticamente vissute – o no, non possiamo più voltare lo sguardo, rivolgere le nostre attenzioni altrove. Siamo inchiodati a flussi infiniti di informazioni che ci riguardano, ci interpellano, ci interrogano, che ci seguono e che seguiamo, che coinvolgono le nostre coscienze.

Un tempo, ai nostri nonni, per sentirsi parte di una comunità bastava accorrere al capezzale dell’amico malato e rivolgergli una parola gentile, di affetto o di conforto, venire a conoscenza di gioie e dolori dei propri vicini più prossimi tra un bicchiere di vino e una briscola; ma il sipario sul resto del mondo calava ai confini di un piccolo paese, o di un quartiere di città oltre il quale la vita si agitava sconosciuta e per eco lontana.

Viviamo questo minuscolo frammento di esistenza da sempre promessa al tempo profondo. Terremoti, guerre, epidemie, cattiverie e sciagure d’ogni natura sono tutte presenti, accompagnano ogni istante della nostra vita. A meno che non si decida di vivere totalmente disconnessi da media e web siamo spinti dentro un improbabile buco nero che, sfidando le leggi del cosmo, risputa ogni goccia di sangue, ogni grido di dolore, di angoscia.

Ma noi quanto possiamo sopportare? Qual è il prezzo pagato per questa irrevocabile appartenenza al villaggio globale? Quali effetti ha, sulla nostra psiche già endemicamente tormentata, questa condivisione d’ogni male esistente al mondo?

Per la mia generazione c’era un tempo in cui l’aria di primavera annunciava una stagione dolce, morbida come il seno di una puerpera, e ogni cosa sembrava seguire il corso stabilito da una natura benevola. Non è una visione romantica e nostalgica. Chiunque abbia vissuto quel tempo sa di cosa parlo. C’erano le stagioni: l’inverno, cui seguiva una primavera intrisa di una dolcezza senza ambiguità, colorata di una luce che portava in sé struggenti promesse di falò e chiarori lunari, di luoghi di villeggiatura in cui poter ritrovare e riabbracciare amici persi di vista da un anno, le pannocchie comprate dal contadino, le visite alla masseria e il latte appena munto, le canzoni sotto il salice o sulla spiaggia, le canne fumate e condivise con gli amici, i jeans all’ultima moda e le risate senza senso, a mortificare quel vuoto da riempire che ogni adolescente per legge di  natura ha cucito sulla propria pelle. C’era di che parlare, c’era sempre qualcosa da fare, nonostante a volte, in realtà, da fare propriamente non c’era. E c’era agosto con i puntuali temporali dopo il quindici del mese, il ritorno in città e l’aria frizzante d’autunno con le certezze di nuove conquiste negli studi, di nuovi amori, di una “vita nova”.

Questo scritto non ha molto senso, lo capisco. Non so neanche se avessi intenzione di dargliene. Poco importa. Non faccio letteratura né poesia. Siamo tutti così preoccupati a dare un senso a questa nostra vita, a questo nostro transitare che a volte perdiamo di mira il fatto che in tutto questo non c’è senso alcuno, né fine, retaggio cristiano. E tuttavia, forse proprio per sfuggire a questa aporia del vivere che contraddistingue l’animale complesso che siamo, un tempo, generazione dopo generazione, gli esseri umani avevano stabilito un patto con la natura, con i cicli del cosmo, con lo scorrere del tempo concessoci.

Non che la vita non fosse crudele, ingiusta, schifosa, imbrattata di merda, di sangue innocentemente versato, offesa da guerre, fame e sofferenza e morte, non che non fosse infinitamente perfettibile. Non penso questo. Sarei un idiota se sostenessi un’ipotesi del genere. Ma qualcosa lasciava sempre intravedere la possibilità di strappare allo scorrere dei giorni, degli anni, una tregua, dei momenti di riposo per questa nostra fragile psiche – ψυχή, anima, soffio, res cogitans, Io, Es  Super-Io, pneuma comunque vi sentiate a vostro agio nell’identificare quello che in fondo siamo – qualcosa che infine dava senso al Tutto che questo nostro breve passaggio rimane essere.

Ecco, questo qualcosa sembra ci siamo persi per strada. E non è colpa di nessuno. Non ci sono colpe, esistono gli esseri umani e la strada che hanno deciso di tracciare giorno dopo giorno innanzi a sé, verso ignoti scenari ancora a venire.

Se siete giunti fin qui vi chiedo scusa per il tempo sottrattovi. Non volevo dirvi, raccontarvi niente, quello lo fanno già egregiamente gli scrittori.

Sarà quel po’ di angoscia in questa notte di marzo, investito dagli eventi terribili che tutti voi conoscete e il non avere un dio cui rivolgere i miei sentimenti.

Ai bambini e ai più giovani va il mio pensiero più dolce e affettuoso.

Il mondo è vostro, fatene qualcosa di migliore, perché è possibile.

Io e la mia immagine sfocata ne siamo testimoni.

MNR, 3 marzo 2022

Foto, Marisa Polizzi

i

Poesie

Davide Matera, Ai “miei” gatti

Tutti i gatti che mi hanno

accompagnato nella vita

sono stati Sole e Strada

contro l’Orizzonte

Azzurro del Cielo

Scarpe slacciate e capriole

sul limitare del Bosco

Traboccante di More

Tutti i gatti che ho conosciuto

in questa mia vita

Erano gatti sul serio, baffetti

furbetti

E sorrisi regalati a chi sorridere

non sa

Tutti i gatti, vi giuro, li ho amati

come gatti

Con stupore, e inaspettata

leggerezza del Cuore

Mistero, enigmatica bellezza

contro tristezza

Gatti miei gatti

che miei poi miei

non siete stati Mai

Quanta riconoscenza, quanto

amore vi devo

Gatti tutti della mia vita

Solo un giorno di tristezza,

inevitabile

sarebbe arrivato

come l’alternarsi del giorno

e della notte

nell’antico gioco della vita e

della morte

In un giorno che mai avrei

voluto vivere

Un giorno in cui ci saremmo

dovuti salutare

Per un’ultima volta

Con uno sguardo, senza parole

Un commiato regale e silenzioso

 reso in dono al gioco crudele

dell’eternità.

8 ottobre 2021 MNR

Franz Marc, Gatto su cuscino giallo, 1912. Halle, Museo Moritzburg.