Ero piccolo,
avevo mani paffute,
guance rosate,
occhi di cielo.
Ogni vagito, una gloria;
ogni strillo, un tripudio:
inni festosi
all’Altissimo, onnipotente, bon signore.
Innocente e tenero
mi adagiasti
in un canestro di paglia
e fui Gesù
nel presepe di Greccio.
Passò il tempo,
divenni grande
e ti edificai
un tempio
sull’estremo lembo d’Assisi
dirupante sul Tescio.
(Capii la tua grandezza?)
Ho dimenticato,
presto.
Il mondo oltre la valle
mi lusinga:
Ha palazzi dorati,
strade lastricate.
Voglio scrollarmi di dosso
questa miseria:
sa di freddo, di fame, di mani rattrappite;
gonfia come otri
le pance
e nugoli
d’insetti voraci
si posano sulle mie labbra
a succhiarmi la vita.
Ho dimenticato,
presto.
Ora ho il viso grasso
dell’ingordo,
le mani super prensili
e porto catene d’oro
e occhiali di metallo.
Naso adunco,
occhio bieco,
corpo sbilenco,
gambali di cuoio e scarpe d’acciaio
ho marciato a passo cadenzato
su tutte le strade del mondo,
e con me non c’era più una mano
che carezzava leggera
gli uccelli dell’aria.
Cadevano
con le ali annerite
sui gigli increduli,
sulle corolle bruciate.
Il cielo s’empì
di bagliori
giallastri
mentre io,
cuore di leone,
pelle di ippopotamo,
alzavo
grovigli di fili spinati
e vi rinserravo i miei simili.
I forni
non cuocevano più il pane,
le case
non custodivano più il sonno:
bare,
fosse calcinate.
Mani pietose
(non le mie)
innalzavano
calvari di croci.
Poi,
il genio mi prese:
aguzzai l’ingegno
e una mattina d’agosto
ignorando l’azzurro
fermai la vita
con un lampo accecante.
Ora
il mondo oltre la valle
ha una luce sinistra.
Ho paura:
ho forgiato lame
ignorando l’aratro;
ho sfidato la folgore
ignorando il parere delle stelle.
Ma mi sono smarrito, fratello d’Assisi
negli intrighi notturni della mia vanità,
nei perversi sotterranei
della mia superbia.
Lonza
leone
lupa.
Che sono?
Ora un deserto di cuori
mi chiama.
Oh potessi anch’io
conoscermi
nella profondità
del mio essere carne e sangue
e pensiero che crea;
vedere
coi tuoi stessi occhi
com’è amore
la trasparenza del verde
il magico rosso
dei papaveri.
Tu
che sei venuto
nella casa del Signore
e l’hai abitata
circondandola
con le mura ciclopiche
della tua grandezza,
aiutami a tornare
alla semplicità
del tralcio.
Tu
che gettasti al vento
le tue vesti
dorate,
aiutami a spogliarmi
di questa mia
indifferenza.
Come il giorno umilia la notte
umilia
la guerra e i suoi generali
Epulone e i suoi lacchè.
Trafiggi
con le lance della tua luce
questo mio cuore di pietra.
Fa’ ch’io sia vite silvestre
ornitocora
disseminazione
di pace.
Gildo Matera


Meravigliosa.
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