Lucius Errante

Lucius Errante, L’ossimoro di un’intellettualità “di parte”

La parola “intellettuale” affonda le sue radici nel latino intellectus, derivato dal verbo intelligere, che significa “comprendere, capire”. L’intellettuale, dunque, è chi usa consapevolmente la propria capacità di pensiero critico e ragionato per interpretare e analizzare la realtà. Non si tratta semplicemente di un accumulatore di nozioni, ma di un agente riflessivo, chiamato a decostruire idee e a mettere in discussione certezze. Questa definizione originaria ci aiuta a comprendere perché sia così problematico l’uso corrente di definizioni come “intellettuale di sinistra” o “intellettuale di destra”.

Attribuire un’appartenenza politica fissa a un intellettuale – sia essa “di sinistra” o “di destra” – rischia così di rappresentare una contraddizione in termini. Il pensiero critico, per sua natura, non si lascia incasellare in ideologie rigide. Un intellettuale che abbraccia integralmente e senza riserve una dottrina politica, limitandosi a ripeterne i dogmi, rinuncia a quell’autonomia che dovrebbe essere il fondamento stesso del suo ruolo.

Pensare significa interrogare, dubitare, analizzare tutte le posizioni – comprese quelle cui ci si sente più vicini. Eppure, nella società contemporanea, la figura dell’intellettuale ha finito per essere quella di un militante: schierato, prevedibile, rassicurante per il proprio campo, dunque incapace di romperne gli schemi. Non si tratta più di un pensatore libero, ma di un “tifoso”, la cui funzione è più quella di propagandista che di critico.

Julien Benda e il “tradimento dei chierici”

Questa dinamica fu al centro della critica del filosofo francese Julien Benda che, nel suo saggio del 1927, Il tradimento dei chierici, denunciava come gli intellettuali, un tempo custodi di valori universali e disinteressati, fossero divenuti servitori delle passioni politiche e delle fazioni. Per lui, i “chierici” – così chiamati per la loro funzione quasi sacerdotale di garanti della ragione – avevano tradito la loro vocazione passando dalla ricerca della verità a un’adesione militante e partigiana.

La lezione di Benda resta attuale: l’intellettuale non può essere al servizio di nessuna ideologia, perché la sua missione è quella di porre in discussione le certezze, di parlare “al di sopra delle parti” e di tutelare un pensiero universale, capace di cogliere la complessità del reale.

Nella storia del Novecento, questo ideale di libertà intellettuale, s’incarnò in alcuni poeti, filosofi e scrittori che rifiutarono l’appartenenza a ideologie rigide pur mantenendo un impegno etico e politico:

  • Albert Camus, vicino alla sinistra ma critico feroce dello stalinismo, scelse sempre la strada del dubbio e della coerenza morale.
  • Pier Paolo Pasolini, comunista ma mai allineato, denunciò tanto i limiti del suo stesso schieramento quanto le derive del consumismo e della società borghese.
  • George Orwell, militante antifascista, non esitò a condannare i totalitarismi sia di destra sia di sinistra, offrendo un ritratto impietoso delle dinamiche di potere e controllo.
  • Simone Weil, pensatrice e mistica, rifiutò qualsiasi appartenenza ideologica che schiacciasse la complessità del reale e la profondità della coscienza individuale.

Questi intellettuali non rappresentarono mai “partiti” o schieramenti, ma la vocazione alla verità, anche quando essa li isolava o li rendeva scomodi.

L’intellettuale, quando è realmente tale, è per sua natura un dissidente. Quando cessa di interrogare le proprie idee e si limita a confermare le posizioni “del suo campo”, smette di essere tale. Non è più un pensatore libero, ma un propagatore di slogan preconfezionati, un funzionario, un acritico custode del discorso conforme a una determinata appartenenza. Non solleva domande, ma si limita a elargire risposte rassicuranti. Non pensa, ma conferma.

Il compito dell’intellettuale è invece quello di turbare, disturbare le certezze, anche quelle più radicate nella propria comunità di riferimento. La sua “casa” è il dubbio, la sua missione quella di mantenere viva la scintilla di un’inquietudine mai approdante.

Una chiamata alla responsabilità

In un’epoca di polarizzazione politica che fagocita ogni forma di pensiero critico, di dibattiti mediatici simili a pollai, di mediocri urlatori che hanno come unico scopo difendere la propria fazione, si sente, dunque, più che in passato, un’urgenza nuova di intellettuali capaci di disobbedire alle appartenenze, di proporre un pensiero disturbante capace di rinunciare alla rassicurazione del conformismo. Un pensatore critico non è “di destra” o “di sinistra”, meglio, non può sostenere dogmaticamente il pensiero dominante della propria inclinazione politica, ma deve essere un custode della complessità, un eretico di ciò che appare ovvio, una voce fedele esclusivamente alla ricerca della verità.

Una sfida difficile e aperta: essere pensatori che mettono in discussione se stessi prima di tutto, capaci di guardare oltre i confini delle ideologie, e di mantenere viva la vocazione originaria dell’intellettuale, quella di chi comprende davvero o, almeno,  in buona fede e lontano da tentazioni di facili consensi, tenta di farlo.

IBK, Österreich, 15 MAGGIO 2025.

Nella foto: Gli intellettuali al Café Rotonde, 1913, Tullio Garbari.