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Davide Matera, La Poa annua di Diana: l’erba che sfida Putin

In Russia una giovane musicista è stata arrestata per aver cantato una canzone proibita. Ma dietro di lei cresce una generazione che, come la Poa annua, non smette di vivere sotto il cemento armato del potere.

Avete presente quell’erba esile che spunta dalle crepe del cemento?

Quella che nessuno nota, che cresce senza radici profonde né protezione, ma che ritorna ogni volta, incurante del peso e del passo.

È un’erba fragile, certo, ma che non cede.

Ogni volta che si presenta ai nostri occhi, esile e delicata, ci suscita un moto di stupore: la sua forza sembra risiedere nella pazienza, nella continuità, nella sua silenziosa ostinazione.

In Russia, oggi, quell’erba ha il volto di una ragazza di diciott’anni: Diana Loginova, nome d’arte Naoko, una studentessa di musica di San Pietroburgo, arrestata dopo aver cantato in strada Cooperative Swan Lake, una canzone del rapper in esilio Noize MC e proibita dal regime di Putin.

Per questo gesto — un concerto improvvisato davanti alla metropolitana — è stata condannata a tredici giorni di detenzione amministrativa. Ma le autorità non si sono fermate: ora è indagata per “discredito delle Forze Armate russe”, un’accusa che potrebbe costarle fino a cinque anni di carcere.

Durante il regime sovietico, ogni qualvolta l’apparato comunista entrava in crisi — la morte di un leader, un colpo di Stato, un passaggio improvviso di potere — la televisione di Stato trasmetteva Il lago dei cigni di Čajkovskij.

Era il segnale implicito che qualcosa stava accadendo, che la stabilità apparente si era incrinata.

Il celebre balletto diventava colonna sonora del silenzio, la grazia al servizio del controllo.

Oggi Lago dei cigni risuona nelle strade: non più come musica di copertura, ma come canto di libertà.

Le note che un tempo mascheravano la crisi oggi la rivelano.

Questi giovani nati nel nuovo millennio — che non conoscono la democrazia né leader diversi da Vladimir Putin — stanno inventando un linguaggio nuovo: non il grido, ma il canto; non la protesta, ma la presenza.

Cantano nei sottopassi, nelle piazze, davanti ai poliziotti che li filmano.

Le loro voci non chiedono nulla: semplicemente esistono.

E in un Paese dove esistere liberamente è già un atto sospetto, ogni respiro, ogni canzone diventa una dichiarazione di vita.

Il potere li teme proprio per questo: perché la loro forza non è organizzata, non è ideologica, ma biologica. Sono, appunto, come l’erba che cresce sotto il cemento: senza leader, senza struttura, senza strategia. Sono forme di rizoma, vite sotterranee che si intrecciano e si rigenerano, anche quando tutto intorno è putrescente.

Le puoi calpestare, tagliare o eradicare — ma continueranno a esserci, a ricrescere, a testimoniare la vita anche di fronte a ogni brutale e contraria volontà.

La loro rivoluzione è pacifica, paziente, e perciò più radicale.

Quando Diana Loginova prese la chitarra e iniziò a cantare, sapeva di compiere un gesto vietato, ma – data la giovane età – forse non immaginava la portata della punizione né il clamore internazionale che ne sarebbe seguito.

Possiamo supporre che cantasse per sé, per un istinto di verità, per tenere viva una voce contro il silenzio che ammorba ogni dittatura.

La Poa annua — la fienarola annuale, o le sue consimili — continua a crescere anche nelle città dove il cemento è più spesso. La si vede tra le piastrelle dei marciapiedi di Mosca, lungo i binari della metro di San Pietroburgo, nei cortili dove qualcuno suona piano, per non farsi sentire.

È un’erba della stessa sostanza della vita: delicata ma ostinata, mite eppure indistruttibile. Una pianta minuta, comune, che cresce dove non dovrebbe crescere, che nessuno semina e nessuno riesce a sradicare del tutto. La puoi calpestare, tagliare o bruciare: ritorna sempre.

Così mi appaiono questi giovani russi, rei d’aver cantato canzoni proibite dalla dittatura. Sottili, anonimi, spesso soli, ma tenaci come quella piccola erba di città, che non si piega neppure sotto la suola del potere.

Chissà che un giorno — forse non domani, forse non presto — la loro voce, come la Poa annua, finirà per sollevare il cemento, permettendo finalmente alla luce di passare.

Non con la forza, ma con la vita negata da ogni dittatura.

Perché nulla, nemmeno il regime più duro, può impedire ad essa di riaffiorare dalle macerie, dalla distruzione della guerra, dai crimini di un regime spietato e tiranno.

MNR 27 novembre 2025