Lucius Errante

Shen Liang, Mater.

–  Ciao mamma, come stai?

–  Chiedo a te figlio mio, quanto tempo, e quanto sei cresciuto!

–  Sì, è passato tanto tempo da quando te ne sei andata.

–  Come stai? Come stanno Mei Lan., Li Wei, mangiate bene, state bene?

–  Sì mamma, stiamo bene, almeno, sembra.

–  Perché hai questa aria così triste?

–  Sono stanco mamma. Da quando tu e papà ve ne siete andati tutto è cambiato. E al dolore per la vostra perdita si sono aggiunti i guai che la vita riserva ad ogni essere vivente.

–  Dimmi, cosa è successo? Non farmi preoccupare, cosa ti affligge?

–  Il punto è proprio questo, non c’è una cosa che mi fa star male, se non il vivere stesso. Il trascinarsi stancamente giorno dopo giorno, e poi la cattiveria, le asperità del vivere. Ma dimmi tu, come stai, in che luogo vivi?

–  Niente che possa preoccuparti. Gli affanni del tempo, le malattie, i dolori qui non ci appartengono. Il vivere è un eterno presente. Non si ha più bisogno di nulla. Tranne che del ricordo dell’amore che provammo in vita. E questo, se ripenso a quanto ho amato in vita, a volte mi fa paura.

–  Sai che vivo con tanti gatti? Da una decina d’anni ho imparato ad avvicinarli, li custodisco, li curo e ne sono profondamente innamorato. Con loro sono  tornato a sorridere di cuore, come forse mai era accaduto in tutta la mia vita. Mamma, che peccato che tu non ci sia per sorridere insieme a me.

–  Non li ho mai conosciuti veramente. Non so perché. Ma dimmi, quanti sono, come si chiamano?

–  Tanti mamma, dal primo, che considero il patriarca di questa meravigliosa colonia felina, si chiamava Hei, me lo hanno ucciso che neanche aveva compiuto due anni. Ho pianto per settimane e, ancora oggi, quando vedo una sua foto mi prende una profonda fitta al cuore. Ma poi ne sono venuti altri: Signora – la mamma di Hei – , Pizzi, Giulietta, Nerino e Miele  – fratelli e figli di Signora –, Romeo, Nerone, Trilli – la deliziosa, pazzerella Trilli, ultima figlia di Signora –; e poi Fiocco la sorniona, George, Duncan MacLeod, Pongo, Oliver, Mascherina, Biondino, Birba, Paolino, Pavarotti – un tenore nato, Nonnino, Merlino e Virgola, i dolcissimi cuccioletti di casa, e tanti altri cui non ho avuto il tempo di dare un nome. Un nome che è sempre ciò che “sopravvive e firma la sua possibile scomparsa”. Il lato triste della storia.

–  Mi dispiace amore mio. L’amore, uno dei tanti misteri della nostra breve vita. Sei sposato? Hai un amore? Figli?

–  No mamma, non ho figli, non mi sono sposato. In quanto all’amore non lo so. Io ci provo. Non riesco a non amare. Ma è tutto così difficile, così complicato e, come ti ho detto, sono molto stanco, a volte vorrei poter sparire nella notte, senza dar fastidio a nessuno, senza lasciare dolore, andarmene,   dimenticato senza dolori e traumi per nessuno. Perché questo è la morte, il dolore di chi resta. Non pensi sia così? Gli ultimi due anni sono stati difficili come mai prima d’ora. Mi è stata diagnosticata una brutta malattia, e anche se a oggi è tenuta a bada e curata rimane un cielo di piombo sulla mia esistenza.

– Non devi pensare a tutto questo, figlio mio. La sofferenza, la solitudine, sono solo il lato oscuro di quella che i viventi chiamano “vita”. Ma il vivere non si riduce a questi momenti. In fondo, è nell’incertezza che troviamo il significato più profondo di ciò che siamo.

– Ma è difficile, mamma. È tutto così difficile.
Lo so, amore mio. La vita è difficile. Non pensare che il tuo dolore sia un’eccezione. Ogni cosa, anche la più dolorosa, passa. Così come le cose belle. Ricordi? Te lo diceva sempre papà. Nulla si ferma, nulla resta. E tu devi imparare ad accogliere ciò che arriva senza paura.

– Sì. Quando vivevo, ho imparato che non si può fuggire da ciò che ci spaventa. Ho imparato a guardare il dolore negli occhi, ad affrontarlo. E a volte, proprio quando pensavo che non avrei più potuto sopportarlo, ecco lì in fondo una luce – lo so sembra banale ma è proprio così -, una piccola luce, una piccola ragione per continuare, per andare avanti in questo irrisolvibile mistero che chiamiamo vita.

– E io, mamma? Come faccio a trovare quella luce?
Non la troverai cercandola con gli occhi, figlio mio. La luce è una sensazione che nasce dal profondo, un piccolo faro che ti guida nel buio di ogni mare tempestoso. Ma per vederla, devi lasciarle spazio, devi assecondarla, fartela amica, perché possa divenire parte di te, senza permette al dolore e alla difficoltà di paralizzare il tuo vivere.

– Ma non è lo stesso che rassegnarsi?
No, non è la stessa cosa. La rassegnazione è una fuga. L’accettazione è una forma di coraggio. È il saper dire: ‘Io sono qui, nonostante tutto, e troverò il mio cammino.’ Ogni passo che fai, ogni piccola conquista, ti avvicina a una comprensione più profonda di te stesso. E non sei mai solo. Non lo sei mai, figlio mio.

– Non so…
Lo sai, anche se a volte ti sembra di non saperlo o di essere solo. Qualcuno, lì sul pianeta, ti ama più della sua vita, ne sono certa. In quanto a noi due, non siamo mai veramente lontani. Non è come si chiacchiera in vita. Quante sciocchezze! Il legame che abbiamo, quello che abbiamo sempre avuto, non si spezza con la morte. L’amore non può essere sconfitto, se è tale, se è l’amore di una vita. È, sì, invisibile, difficile, a volte doloroso, ma se risponde alle prove del tempo, alle distanze e alle difficoltà del vivere, l’amore è eterno, perché ci sopravvive, supera la nostra finitezza. E tu, con i tuoi amori, con i tuoi gatti, hai imparato a vedere l’amore in una forma che non avevi mai conosciuto prima. Anche in loro c’è un po’ di me, di papà, dei tuoi fratelli, delle persone che hai amato e che ti hanno amato. Che ti amano. Adesso, nel momento in cui ti sto parlando.

– Grazie mamma. Stanotte avevo bisogno di queste parole.
– Ecco, figlio mio. Continua a cercare quella luce, anche quando ti sembrerà lontana, anche quando tutte le nuvole del cielo peseranno come piombo sulla tua testa. La vita, come te, come ogni essere vivente, è un mistero, ma è anche un’opportunità. E tu hai ancora tanto da dare e da vivere, calde primavere e un dolcissimo amore.

– Non lo so. Posso provarci. Anche se oggi sono stanco e non ho molta voglia di combattere. Grazie.

– Non ringraziarmi, amore mio. Lo sai che ti amo, lo sai che sarò sempre con te. Che ti amerò sempre. Sempre.

Shen Liang – 沈良 – Genève (Ch) 2019. Traduzione Silvia Zhao. 

Ph, Laura Makabresku. 

Articoli

Davide Matera, Presentazione a “Il sogno di Guglielmo” di Gildo Matera

 

I ricordi più vivi della mia adolescenza sono legati all’estate e al teatro.

Era consuetudine estiva, infatti, che mio padre mi invitasse a seguirlo per assistere ad uno dei tanti spettacoli teatrali messi in scena con il Grupponuovoteatro di Palermo, compagnia di cui fece stabilmente parte per almeno due decenni; Don Giovanni, Anfitrione, Morti senza tomba, Cagliostro dei Buffoni, ogni allestimento era per me un giorno di emozione e meraviglia: gli attori, i costumi, le scenografie, le luci, l’attività frenetica che si svolgeva dietro le quinte. Avevo la fortuna, riservata a pochissimi, di avvicinarmi alla magia del teatro da due diverse prospettive: quella del pubblico e quella degli addetti ai lavori, avevo accesso a tutto ciò che uno spettatore solitamente non vede, non può vedere.

Non credo di essere lontano dal vero dunque affermando che il presente lavoro fu scritto proprio a motivo dell’esperienza diretta, la lunga attività di attore e dell’amore che lo legò, sempre, alla ieratica bellezza del Duomo di Monreale. “Mi sono incantato, ci siamo incantati. Non credevamo ai nostri occhi. Stupiti, siamo rimasti sulla soglia quasi indecisi se muovere dei passi, pensando che potevamo rompere quello che ci pareva un incantesimo, un prodigio”. Queste le parole di Fra’ Guglielmo sulla soglia del Duomo appena edificato, tanto intimamente vicine a quanto l’autore stesso scrive nella sua nota al testo: “Quando vidi per la prima volta il Duomo di Monreale – ero ancora un ragazzo – rimasi incantato da tanta bellezza, come si incantano tutti coloro che varcano la soglia del Tempio per la prima volta e non soltanto. Da allora, senza sottrarmi allo sguardo benevolo del Cristo, ho cercato di scorgere qualcosa di nuovo, di nascosto, di lasciato nell’ombra: il tracciato di un segno, la morbidezza d’una veste intessuta di pietre e divenuta una trina, uno sguardo di pietre colorate che penetra l’anima e la seduce”. Quanto di più intimo ed estatico un ricordo giovanile può conservare nelle pieghe della memoria.

Un pièce per il teatro, Il sogno di Guglielmo, che l’autore avrebbe voluto allestire all’aperto, probabilmente sulla scia di quanto aveva visto nell’estate del ’97 in Austria, al Festival Bregenz, su invito dell’organizzatore del festival.

Un omaggio a due amori dicevamo, il teatro e un Tempio, quel prodigioso scrigno d’oro conosciuto da ragazzo, appena giunto con la famiglia a Monreale. Un lavoro che condensa una lunga pratica teatrale, come pure testimoniano le numerose didascalie che suggeriscono, già dalle prime pagine, un abbozzo di regia. Il tempo fu sufficiente a mio padre per vedere pubblicare l’opera ma non per poterne realizzare l’allestimento; era il 1999 quando venne pubblicata la prima edizione.

Questa seconda edizione è frutto, insieme, dell’amicizia e della collaborazione con Pietro Maria Sabella, editore per i tipi di The Freak, Giuseppe Spinnato, che con rara scrupolosità ha curato insieme a me la revisione del testo confrontando la precedente edizione a stampa con la versione dattiloscritta, e Andrea Le Moli cui, già dalla prima edizione, l’autore chiese di curare la prefazione.

A loro va il mio più sincero ringraziamento

 

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https://www.thefreak.it/prodotto/il-sogno-di-guglielmo/

Poesie

Davide Matera, ” Tutto “

Sono pochi i mondi in cui

ho camminato,

poche le terre esplorate,

i mari

E ancora mi chiedo il senso

di questo passaggio,

di questo attimo impertinente

che si dispiega in una notte,

o in un giorno senza futuro

Come chi guardando

dall’alto

arrivasse a comprendere

che “tutto” è solo quello

che abbiamo visto

che abbiamo sentito

a volte come dolore violento

a volte come dolcezza

di un’assolata primavera d’infanzia.

 

A mia madre

MNR 20 gennaio 2010

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Mia madre, Tania Bucceri, fotografata da mio padre a Venezia

Foto, Gildo Matera