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Elogio della guerra.

Guerra, comunità e rivelazione dell’umano.

Esiste un paradosso che attraversa la storia moderna e che continua a disturbare ogni etica pacifista troppo sicura di sé: nei periodi di guerra, all’interno di una nazione coinvolta nel conflitto, molti individui dichiarano di sentirsi più umani. Più presenti, più legati agli altri, più necessari. Non migliori, non più giusti, ma meno superflui. Questo dato, che ritorna con impressionante regolarità nelle testimonianze storiche e letterarie, non può essere liquidato come semplice propaganda o abbaglio psicologico. Esso chiede di essere pensato.

La guerra è comunemente intesa come negazione dell’umano: distruzione, sospensione della morale, trionfo della violenza. E tuttavia, proprio nel cuore di questa negazione, si manifesta spesso una forma intensa di comunità, una solidarietà concreta, una chiarezza esistenziale che la pace fatica a produrre. Il problema, allora, non è stabilire se la guerra sia buona — non lo è — ma comprendere perché essa venga vissuta come rivelatrice di umanità.

Una prima risposta riguarda la natura della pace moderna. La pace delle società tardo-industriali non è quiete, ma amministrazione: gestione dei corpi, del tempo, dei bisogni, dei conflitti. È una pace funzionale, regolata, astratta. L’individuo pacificato è protetto, ma anche disperso; libero, ma spesso irrilevante; vivo, ma non necessario. In questo regime, il senso dell’esistenza viene delegato a narrazioni private, psicologiche, consumabili. La comunità si riduce a coabitazione.

La guerra spezza brutalmente questo assetto. Non introduce valori più alti, ma reintroduce il limite. La morte torna possibile, la scarsità reale, la dipendenza reciproca ineludibile. Dove c’è limite, c’è decisione; dove c’è decisione, c’è soggetto. L’uomo in guerra non può rimandare indefinitamente, non può restare neutrale, non può essere spettatore della propria vita. È costretto a esserci.

Da questo punto di vista, la guerra interrompe ciò che Émile Durkheim chiamava anomia: la dissoluzione delle norme e dei significati comuni tipica delle società complesse in tempo di pace. Il conflitto ricompone temporaneamente il campo simbolico: amico e nemico, pericolo e protezione, noi e fuori. Non si tratta di una semplificazione giusta, ma di una semplificazione potente. Essa restituisce orientamento.

L’antropologia ha descritto a lungo questi momenti come stati di liminalità. In termini turneriani, la guerra produce una communitas fondata non su valori positivi, ma su una negatività condivisa: la minaccia, la perdita, l’incertezza radicale. È una comunità senza ideologia, ma con un comune destino di vulnerabilità. L’umanità che vi emerge non è morale, è elementare: aiutare perché altrimenti si muore, fidarsi perché non esistono alternative, condividere perché la solitudine è insostenibile. In questo senso, la guerra agisce come una sorta di reset collettivo delle società: non perché le rinnovi, ma perché le riporta brutalmente a ciò che è elementare.

È qui che la letteratura di guerra di Heinrich Böll diventa decisiva. Nei suoi romanzi ambientati nel secondo conflitto mondiale — Dov’eri, Adamo?, E non disse nemmeno una parola — la guerra non è mai eroica né spettacolare. È fatta di attese interminabili, di fame, di corpi stanchi, di sonno rubato, di amplessi consumati tra sconosciuti negli angoli affollati dei rifugi antiaerei, di una sessualità spoglia di promessa e carica di urgenza, di paura quotidiana che non concede tregua.

In questo paesaggio di rovina, dove tutto sembra ridursi alla sopravvivenza biologica, emerge però un dato costante e perturbante: nessuno è irrilevante. Ogni gesto pesa. Ogni corpo conta. Ogni vita è un problema che non può essere eluso né delegato. La guerra, in Böll, non sublima l’umano: lo espone. E proprio in questa esposizione senza retorica, l’umanità — ferita, indecente, vulnerabile — torna a essere visibile.

Böll mostra con precisione chirurgica ciò che la pace tende a rimuovere: in guerra l’uomo è schiacciato, ma non è mai superfluo. La sofferenza non è privatizzata, non è nascosta dietro dispositivi terapeutici o linguaggi edulcorati. È immediatamente visibile, immediatamente condivisa, immediatamente politica. Nei suoi personaggi, l’umanità non si manifesta nei grandi ideali, ma nei gesti minimi: dividere il pane, restare accanto a chi ha paura, proteggere qualcuno senza sapere perché.

Questo è il punto più scomodo: la guerra, pur essendo disumana, è spesso meno menzognera della pace. La pace borghese del dopoguerra, che Böll criticherà con ferocia, ricostruisce edifici, istituzioni, ruoli sociali, ma non ricostruisce la verità dell’esperienza. In romanzi come Opinioni di un clown, il mondo pacificato appare moralmente peggiore di quello distrutto: ipocrita, normalizzato, incapace di dolore autentico. La guerra aveva spezzato i corpi; la pace spezza la memoria.

Qui l’argomento diventa politico. All’interno di una nazione in guerra, il nemico esterno svolge una funzione strutturante. Non rende giusti, ma rende leggibili. Come aveva già compreso Thomas Hobbes, è il pericolo comune a fondare il patto sociale. Il “noi” non nasce dal consenso, ma dall’esposizione condivisa. Senza rischio, senza minaccia, senza limite, la comunità si dissolve in una somma di individui amministrati.

Anche per questo la testimonianza di Ernst Jünger, per quanto ideologicamente distante da Böll, converge su un punto essenziale: la guerra come esperienza di realtà. Per Jünger, il fronte è il luogo in cui l’uomo incontra il mondo senza filtri, senza mediazioni, senza anestesie. Non diventa migliore, ma diventa presente. La guerra costringe a smettere di mentire a se stessi.

La conclusione è inevitabilmente inquietante. Se la guerra appare, per molti, come luogo di ritorno dell’umanità, questo non dice qualcosa di buono sulla guerra, ma qualcosa di gravissimo sulla pace che abbiamo costruito. Dice che le nostre società faticano a produrre senso, legami e necessità senza passare attraverso la catastrofe. Dice che abbiamo bisogno della distruzione per sentirci reali.

La guerra non umanizza. Rivela.

Rivela una pace incapace di comunità, una politica ridotta a gestione, un’etica senza rischio. Finché non saremo capaci di generare esperienze comuni decisive senza sacrificare corpi, la guerra continuerà a esercitare il suo fascino oscuro: non come valore, ma come scorciatoia ontologica.

Il modo più rapido — e mostruoso — per tornare a sentirsi umani.

MNR, 7 gennaio 2026

Lucius Errante

Wystan Auden: L’altro amore

È la donna che deve guardare il tempo:
l’altra donna,
quella che non può fermarsi troppo.
È l’amante, complice di una travolgente passione
che brucia e divora l’anima e domina il cuore.
Sapessi quante volte ho pensato a lei
mentre nel mio letto c’eri tu!
Sapessi quanto è stato facile
dimenticarti dopo la scelta.
Lei c’è sempre stata: fisicamente, emotivamente.
Divide un pezzo di cuore con me,
divide il suo segreto con me.
Ma è un segreto d’amore
che non potrai mai capire.
Perché mentre tu pensavi solo a te stessa
lei stava qui con me
a raccogliere i miei pezzi,
ad asciugare il mio sudore,
ad esaltare la mia semplicità.
Adesso non deve più sparire, non può.
Adesso è al mio fianco, è nella mia vita,
è nelle mie giornate allegre e in quelle tristi.
Lei c’è.

Wystan Auden

Lucius Errante

Lucius Errante, L’ossimoro di un’intellettualità “di parte”

La parola “intellettuale” affonda le sue radici nel latino intellectus, derivato dal verbo intelligere, che significa “comprendere, capire”. L’intellettuale, dunque, è chi usa consapevolmente la propria capacità di pensiero critico e ragionato per interpretare e analizzare la realtà. Non si tratta semplicemente di un accumulatore di nozioni, ma di un agente riflessivo, chiamato a decostruire idee e a mettere in discussione certezze. Questa definizione originaria ci aiuta a comprendere perché sia così problematico l’uso corrente di definizioni come “intellettuale di sinistra” o “intellettuale di destra”.

Attribuire un’appartenenza politica fissa a un intellettuale – sia essa “di sinistra” o “di destra” – rischia così di rappresentare una contraddizione in termini. Il pensiero critico, per sua natura, non si lascia incasellare in ideologie rigide. Un intellettuale che abbraccia integralmente e senza riserve una dottrina politica, limitandosi a ripeterne i dogmi, rinuncia a quell’autonomia che dovrebbe essere il fondamento stesso del suo ruolo.

Pensare significa interrogare, dubitare, analizzare tutte le posizioni – comprese quelle cui ci si sente più vicini. Eppure, nella società contemporanea, la figura dell’intellettuale ha finito per essere quella di un militante: schierato, prevedibile, rassicurante per il proprio campo, dunque incapace di romperne gli schemi. Non si tratta più di un pensatore libero, ma di un “tifoso”, la cui funzione è più quella di propagandista che di critico.

Julien Benda e il “tradimento dei chierici”

Questa dinamica fu al centro della critica del filosofo francese Julien Benda che, nel suo saggio del 1927, Il tradimento dei chierici, denunciava come gli intellettuali, un tempo custodi di valori universali e disinteressati, fossero divenuti servitori delle passioni politiche e delle fazioni. Per lui, i “chierici” – così chiamati per la loro funzione quasi sacerdotale di garanti della ragione – avevano tradito la loro vocazione passando dalla ricerca della verità a un’adesione militante e partigiana.

La lezione di Benda resta attuale: l’intellettuale non può essere al servizio di nessuna ideologia, perché la sua missione è quella di porre in discussione le certezze, di parlare “al di sopra delle parti” e di tutelare un pensiero universale, capace di cogliere la complessità del reale.

Nella storia del Novecento, questo ideale di libertà intellettuale, s’incarnò in alcuni poeti, filosofi e scrittori che rifiutarono l’appartenenza a ideologie rigide pur mantenendo un impegno etico e politico:

  • Albert Camus, vicino alla sinistra ma critico feroce dello stalinismo, scelse sempre la strada del dubbio e della coerenza morale.
  • Pier Paolo Pasolini, comunista ma mai allineato, denunciò tanto i limiti del suo stesso schieramento quanto le derive del consumismo e della società borghese.
  • George Orwell, militante antifascista, non esitò a condannare i totalitarismi sia di destra sia di sinistra, offrendo un ritratto impietoso delle dinamiche di potere e controllo.
  • Simone Weil, pensatrice e mistica, rifiutò qualsiasi appartenenza ideologica che schiacciasse la complessità del reale e la profondità della coscienza individuale.

Questi intellettuali non rappresentarono mai “partiti” o schieramenti, ma la vocazione alla verità, anche quando essa li isolava o li rendeva scomodi.

L’intellettuale, quando è realmente tale, è per sua natura un dissidente. Quando cessa di interrogare le proprie idee e si limita a confermare le posizioni “del suo campo”, smette di essere tale. Non è più un pensatore libero, ma un propagatore di slogan preconfezionati, un funzionario, un acritico custode del discorso conforme a una determinata appartenenza. Non solleva domande, ma si limita a elargire risposte rassicuranti. Non pensa, ma conferma.

Il compito dell’intellettuale è invece quello di turbare, disturbare le certezze, anche quelle più radicate nella propria comunità di riferimento. La sua “casa” è il dubbio, la sua missione quella di mantenere viva la scintilla di un’inquietudine mai approdante.

Una chiamata alla responsabilità

In un’epoca di polarizzazione politica che fagocita ogni forma di pensiero critico, di dibattiti mediatici simili a pollai, di mediocri urlatori che hanno come unico scopo difendere la propria fazione, si sente, dunque, più che in passato, un’urgenza nuova di intellettuali capaci di disobbedire alle appartenenze, di proporre un pensiero disturbante capace di rinunciare alla rassicurazione del conformismo. Un pensatore critico non è “di destra” o “di sinistra”, meglio, non può sostenere dogmaticamente il pensiero dominante della propria inclinazione politica, ma deve essere un custode della complessità, un eretico di ciò che appare ovvio, una voce fedele esclusivamente alla ricerca della verità.

Una sfida difficile e aperta: essere pensatori che mettono in discussione se stessi prima di tutto, capaci di guardare oltre i confini delle ideologie, e di mantenere viva la vocazione originaria dell’intellettuale, quella di chi comprende davvero o, almeno,  in buona fede e lontano da tentazioni di facili consensi, tenta di farlo.

IBK, Österreich, 15 MAGGIO 2025.

Nella foto: Gli intellettuali al Café Rotonde, 1913, Tullio Garbari.

Racconti e Scritti

Davide Matera, Lettera ad Agnes

Sarebbe bello passare del tempo insieme. Il tempo ci è debitore di tanti baci.

Mi chiedo spesso cosa mi è accaduto. Cosa ci è accaduto. Cosa ha spezzato le catene della mia convinzione di non potere più amare o essere a mia volta amato. Quale forza arcaica e primigenia si sia fatta prepotentemente strada tra le tortuosità dei nostri caratteri, delle nostre paure, tra i meandri dei nostri difetti, delle barriere erette a protezione dal mondo; della nostra segreta e pudica voglia di amare ed essere amati.

So che non ami essere accusata, che nonostante i tuoi sforzi sei rimasta permalosa e a tratti furente, intollerante e logorroica. Ma mi hai chiesto d’essere sincero, e io con te lo sarò sempre, finché avrò la forza per accarezzare il tuo volto, darti un bacio e dirti che ti amo.

Questa forza che ha tutto travolto, inconsapevole ma caparbia, testarda, decisa, ha un’anima e un volto che portano il tuo nome. Lo dico perché se pure è vero che non ha senso rimpiangere il passato, spesso, ritornando con la memoria alle nostre più antiche conversazioni, mi coglie come una malinconia, un rimpianto  – ne abbiamo parlato spesso – per non averti conosciuta prima, quando la vita non aveva ancora segnato le nostre esistenze con le sue ferite.

Ricordi? Non ci hanno fatto incontrare. Ma lo sai. Come sai, e se non lo hai ancora capito sono qui a ricordartelo, che hai sciolto tutto il ghiaccio che paralizzava le mie emozioni, la mia capacità di condividere con un altro essere le mie paure, i miei segreti, le mie emozioni, la mia voglia di vivere e di amare.

Il tuo nome, marchiato a fuoco nella mia mente. Il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera  come scriveva all’amata un poeta provenzale del XIII secolo:

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Articoli

Davide Matera, Presentazione a “Il sogno di Guglielmo” di Gildo Matera

 

I ricordi più vivi della mia adolescenza sono legati all’estate e al teatro.

Era consuetudine estiva, infatti, che mio padre mi invitasse a seguirlo per assistere ad uno dei tanti spettacoli teatrali messi in scena con il Grupponuovoteatro di Palermo, compagnia di cui fece stabilmente parte per almeno due decenni; Don Giovanni, Anfitrione, Morti senza tomba, Cagliostro dei Buffoni, ogni allestimento era per me un giorno di emozione e meraviglia: gli attori, i costumi, le scenografie, le luci, l’attività frenetica che si svolgeva dietro le quinte. Avevo la fortuna, riservata a pochissimi, di avvicinarmi alla magia del teatro da due diverse prospettive: quella del pubblico e quella degli addetti ai lavori, avevo accesso a tutto ciò che uno spettatore solitamente non vede, non può vedere.

Non credo di essere lontano dal vero dunque affermando che il presente lavoro fu scritto proprio a motivo dell’esperienza diretta, la lunga attività di attore e dell’amore che lo legò, sempre, alla ieratica bellezza del Duomo di Monreale. “Mi sono incantato, ci siamo incantati. Non credevamo ai nostri occhi. Stupiti, siamo rimasti sulla soglia quasi indecisi se muovere dei passi, pensando che potevamo rompere quello che ci pareva un incantesimo, un prodigio”. Queste le parole di Fra’ Guglielmo sulla soglia del Duomo appena edificato, tanto intimamente vicine a quanto l’autore stesso scrive nella sua nota al testo: “Quando vidi per la prima volta il Duomo di Monreale – ero ancora un ragazzo – rimasi incantato da tanta bellezza, come si incantano tutti coloro che varcano la soglia del Tempio per la prima volta e non soltanto. Da allora, senza sottrarmi allo sguardo benevolo del Cristo, ho cercato di scorgere qualcosa di nuovo, di nascosto, di lasciato nell’ombra: il tracciato di un segno, la morbidezza d’una veste intessuta di pietre e divenuta una trina, uno sguardo di pietre colorate che penetra l’anima e la seduce”. Quanto di più intimo ed estatico un ricordo giovanile può conservare nelle pieghe della memoria.

Un pièce per il teatro, Il sogno di Guglielmo, che l’autore avrebbe voluto allestire all’aperto, probabilmente sulla scia di quanto aveva visto nell’estate del ’97 in Austria, al Festival Bregenz, su invito dell’organizzatore del festival.

Un omaggio a due amori dicevamo, il teatro e un Tempio, quel prodigioso scrigno d’oro conosciuto da ragazzo, appena giunto con la famiglia a Monreale. Un lavoro che condensa una lunga pratica teatrale, come pure testimoniano le numerose didascalie che suggeriscono, già dalle prime pagine, un abbozzo di regia. Il tempo fu sufficiente a mio padre per vedere pubblicare l’opera ma non per poterne realizzare l’allestimento; era il 1999 quando venne pubblicata la prima edizione.

Questa seconda edizione è frutto, insieme, dell’amicizia e della collaborazione con Pietro Maria Sabella, editore per i tipi di The Freak, Giuseppe Spinnato, che con rara scrupolosità ha curato insieme a me la revisione del testo confrontando la precedente edizione a stampa con la versione dattiloscritta, e Andrea Le Moli cui, già dalla prima edizione, l’autore chiese di curare la prefazione.

A loro va il mio più sincero ringraziamento

 

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https://www.thefreak.it/prodotto/il-sogno-di-guglielmo/