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Davide Matera – Una battaglia che non finisce | Paul Thomas Anderson e il tempo del conflitto americano

Nel cinema di Paul Thomas Anderson non c’è mai stata fiducia nelle soluzioni, né sul piano narrativo né su quello morale. Fin dagli esordi, Anderson ha mostrato una costante diffidenza verso le narrazioni risolutive, politiche comprese, preferendo osservare ciò che accade dopo l’evento. I suoi film non sono attraversati da momenti fondativi, ma da processi di logoramento: famiglie che si sfaldano, comunità che si irrigidiscono, forme di potere che sopravvivono a sé stesse anche quando hanno perso ogni giustificazione simbolica.

In questo cinema, il conflitto non produce redenzione. Produce residui, scarti, sopravvivenze. Non libera, ma consuma. È a partire da questa postura autoriale, coerente e mai smentita, che Una battaglia dopo l’altra può essere letto non come un film “sulla politica”, ma come un film che pensa politicamente il tempo presente, interrogando la possibilità stessa di una rottura all’interno di un ordine che sembra aver imparato a nutrirsi del conflitto.

In Una battaglia dopo l’altra, la politica non è mai un contenuto esplicito, ma una forma del tempo. È in questo senso che il film può essere messo in dialogo, senza forzature, con tre pensatori che hanno interrogato la violenza, l’oppressione e la ripetizione ben oltre la cronaca: Walter Benjamin, Simone Weil e Jacques Derrida.

Benjamin, nel suo celebre saggio Per la critica della violenza, distingue tra una violenza che fonda il diritto e una violenza che lo conserva. Ciò che Anderson sembra mostrare è un mondo in cui questa distinzione si è dissolta: la violenza non fonda più nulla, ma continua a conservarsi da sola, come un meccanismo che non ha bisogno di legittimazione ulteriore. Le battaglie del film non aprono spazi nuovi, non interrompono l’ordine esistente, ma lo mantengono in uno stato di tensione permanente. È una violenza senza evento, senza soglia, senza “ora messianico”. In termini benjaminiani, manca la frattura capace di sospendere il continuum della storia.

Questo spiega perché la rivoluzione, nel film, non accade mai davvero. Non perché sia repressa, ma perché è stata inglobata nella logica stessa del potere. La lotta non è più l’eccezione che spezza il tempo, ma la sua normalità amministrata. L’America che Anderson osserva sembra vivere in una condizione in cui ogni gesto antagonista è già previsto, metabolizzato, neutralizzato prima ancora di produrre un effetto reale. È qui che il riferimento implicito all’America trumpiana diventa più profondo: non l’autoritarismo come rottura, ma come permanenza.

Simone Weil permette di spingere il discorso ancora oltre. Nei suoi scritti sull’oppressione, la filosofa francese insiste su un punto spesso rimosso dal pensiero rivoluzionario: il fatto che chi combatte l’oppressione rischia costantemente di riprodurla, non per malafede, ma per necessità strutturale. Il potere, per Weil, non risiede solo nelle istituzioni, ma nelle forme impersonali della forza che attraversano i corpi e i linguaggi. In Una battaglia dopo l’altra, questa intuizione diventa carne narrativa. I personaggi non sono corrotti, né traditori; sono logorati. La loro azione non si perverte, si irrigidisce. La resistenza smette di essere risposta all’ingiustizia e diventa abitudine, ruolo, identità.

È per questo che Anderson rifiuta la figura del leader carismatico. Un capo, nel film, non potrebbe che accelerare la trasformazione della lotta in apparato. L’assenza di una guida non è una mancanza narrativa, ma una presa di posizione teorica coerente con tutto il suo cinema: la rivoluzione che si organizza come potere è già sconfitta, perché ha accettato le stesse categorie che pretendeva di rovesciare.

Con Derrida, infine, il film trova forse la sua risonanza più sottile. Derrida ha mostrato come ogni promessa di rottura radicale sia sempre abitata dalla ripetizione, dal rinvio, dalla contaminazione con ciò che vorrebbe superare. La rivoluzione pura è un fantasma; ciò che esiste è una differenza che si produce sempre all’interno di una continuità. Anderson sembra assumere fino in fondo questa inquietudine. Una battaglia dopo l’altra è un film sull’iterabilità della lotta, sul fatto che ogni gesto antagonista porta con sé il rischio di diventare una copia sbiadita di quelli che lo hanno preceduto.

In questo senso, il film non è né riformista né rivoluzionario. È più radicale e più disperato. Non chiede come rovesciare il potere, ma come interrompere la sua capacità di riprodursi dentro di noi. La vera tirannia, nell’America che Anderson filma, non è solo un governo o ciò che ne resta come trauma politico; è la normalizzazione del conflitto, la sua trasformazione in rumore di fondo, in destino.

Per questo Una battaglia dopo l’altra non offre una via d’uscita. Non perché Anderson non ne veda nessuna, ma perché sospetta che ogni via d’uscita dichiarata rischi di diventare immediatamente una nuova forma di cattura. Il film resta allora in una zona scomoda, quasi eticamente pericolosa, in cui la critica non si traduce in programma e la resistenza non si converte in redenzione.

È un cinema che non salva, ma vigila.
E oggi, forse, è già moltissimo.

Resta tuttavia necessario precisare che questa lettura non pretende di ricostruire le intenzioni consapevoli di Paul Thomas Anderson, né di attribuirgli una posizione teorica o politica esplicitamente formulata. Anderson non lavora per tesi, né per allegorie programmatiche; il suo cinema non “dice” ciò che pensa, lo produce come effetto. Il senso che emerge da Una battaglia dopo l’altra non coincide con una volontà autoriale dichiarata, ma con ciò che il film rende pensabile, spesso al di là delle categorie con cui l’autore stesso potrebbe descriverlo.

È proprio in questo scarto che l’opera trova la sua forza critica. Un film non è mai la semplice espressione dell’intenzione di chi lo realizza, ma un dispositivo che entra in relazione con il proprio tempo, lo assorbe e lo restituisce sotto forma di inquietudine. Una battaglia dopo l’altra non offre risposte perché non nasce per rispondere; registra una condizione, la espone, la lascia operare. E in un presente saturo di posizioni, dichiarazioni e programmi, questa sospensione non è una fuga dalla politica, ma una delle sue forme più esigenti.

MNR, 17 gennaio 2026

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Davide Matera, La Poa annua di Diana: l’erba che sfida Putin

In Russia una giovane musicista è stata arrestata per aver cantato una canzone proibita. Ma dietro di lei cresce una generazione che, come la Poa annua, non smette di vivere sotto il cemento armato del potere.

Avete presente quell’erba esile che spunta dalle crepe del cemento?

Quella che nessuno nota, che cresce senza radici profonde né protezione, ma che ritorna ogni volta, incurante del peso e del passo.

È un’erba fragile, certo, ma che non cede.

Ogni volta che si presenta ai nostri occhi, esile e delicata, ci suscita un moto di stupore: la sua forza sembra risiedere nella pazienza, nella continuità, nella sua silenziosa ostinazione.

In Russia, oggi, quell’erba ha il volto di una ragazza di diciott’anni: Diana Loginova, nome d’arte Naoko, una studentessa di musica di San Pietroburgo, arrestata dopo aver cantato in strada Cooperative Swan Lake, una canzone del rapper in esilio Noize MC e proibita dal regime di Putin.

Per questo gesto — un concerto improvvisato davanti alla metropolitana — è stata condannata a tredici giorni di detenzione amministrativa. Ma le autorità non si sono fermate: ora è indagata per “discredito delle Forze Armate russe”, un’accusa che potrebbe costarle fino a cinque anni di carcere.

Durante il regime sovietico, ogni qualvolta l’apparato comunista entrava in crisi — la morte di un leader, un colpo di Stato, un passaggio improvviso di potere — la televisione di Stato trasmetteva Il lago dei cigni di Čajkovskij.

Era il segnale implicito che qualcosa stava accadendo, che la stabilità apparente si era incrinata.

Il celebre balletto diventava colonna sonora del silenzio, la grazia al servizio del controllo.

Oggi Lago dei cigni risuona nelle strade: non più come musica di copertura, ma come canto di libertà.

Le note che un tempo mascheravano la crisi oggi la rivelano.

Questi giovani nati nel nuovo millennio — che non conoscono la democrazia né leader diversi da Vladimir Putin — stanno inventando un linguaggio nuovo: non il grido, ma il canto; non la protesta, ma la presenza.

Cantano nei sottopassi, nelle piazze, davanti ai poliziotti che li filmano.

Le loro voci non chiedono nulla: semplicemente esistono.

E in un Paese dove esistere liberamente è già un atto sospetto, ogni respiro, ogni canzone diventa una dichiarazione di vita.

Il potere li teme proprio per questo: perché la loro forza non è organizzata, non è ideologica, ma biologica. Sono, appunto, come l’erba che cresce sotto il cemento: senza leader, senza struttura, senza strategia. Sono forme di rizoma, vite sotterranee che si intrecciano e si rigenerano, anche quando tutto intorno è putrescente.

Le puoi calpestare, tagliare o eradicare — ma continueranno a esserci, a ricrescere, a testimoniare la vita anche di fronte a ogni brutale e contraria volontà.

La loro rivoluzione è pacifica, paziente, e perciò più radicale.

Quando Diana Loginova prese la chitarra e iniziò a cantare, sapeva di compiere un gesto vietato, ma – data la giovane età – forse non immaginava la portata della punizione né il clamore internazionale che ne sarebbe seguito.

Possiamo supporre che cantasse per sé, per un istinto di verità, per tenere viva una voce contro il silenzio che ammorba ogni dittatura.

La Poa annua — la fienarola annuale, o le sue consimili — continua a crescere anche nelle città dove il cemento è più spesso. La si vede tra le piastrelle dei marciapiedi di Mosca, lungo i binari della metro di San Pietroburgo, nei cortili dove qualcuno suona piano, per non farsi sentire.

È un’erba della stessa sostanza della vita: delicata ma ostinata, mite eppure indistruttibile. Una pianta minuta, comune, che cresce dove non dovrebbe crescere, che nessuno semina e nessuno riesce a sradicare del tutto. La puoi calpestare, tagliare o bruciare: ritorna sempre.

Così mi appaiono questi giovani russi, rei d’aver cantato canzoni proibite dalla dittatura. Sottili, anonimi, spesso soli, ma tenaci come quella piccola erba di città, che non si piega neppure sotto la suola del potere.

Chissà che un giorno — forse non domani, forse non presto — la loro voce, come la Poa annua, finirà per sollevare il cemento, permettendo finalmente alla luce di passare.

Non con la forza, ma con la vita negata da ogni dittatura.

Perché nulla, nemmeno il regime più duro, può impedire ad essa di riaffiorare dalle macerie, dalla distruzione della guerra, dai crimini di un regime spietato e tiranno.

MNR 27 novembre 2025