Poesie

Davide Matera, Ai tuoi larghi occhi

Sono io che ho acceso il tuo sguardo

quando le nuvole ti mancavano

quando il sole offendeva i tuoi larghi occhi

 

Il tempo ci affligge

fa di noi carne senza volto

persevera sulle nostre paure

sulle notti disastrose di questa via perenne

di questa strada in salita che porta il tuo nome

 

Ho conservato il tuo divagare lontano

i tuoi modi da bambina

le carezze senza fine

 

Sei nostalgica quando mi guardi

quando predici una giornata gaia

che per noi non arriverà mai

 

Sei come rugiada nelle notti d’inverno

quando accenni ad un sorriso

che conosce già il futuro

e la solitudine, compagna gelosa

del nostro intimo e segreto respirare

 

MNR

31.03.2010

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Lucius Errante

Lucius Errante, Frammenti

Una delle malattie più evidenti di noi italiani tutti mi sembra una certa incapacità ad uscire dalle strette maglie del nostro corredo mentale, dalle nostre più radicate convinzioni, dai nostri pregiudizi (nel senso comune del termine); un dare troppo spazio a credenze spesso indotte e inculcateci da un pensiero mediatico persuasivo, pervasivo e suadentemente violento; uno statico e sterile rimanere su posizioni consolidatesi negli anni della nostra formazione culturale o politica (e tutto sommato ancora religiosa) che sfocia in un monologare continuo intriso di tabù (perché se negli anni ’70 se ne sono distrutti tanti, altrettanti se ne sono edificati); un pensiero, dicevo, chiuso a monade, anche quando ci si crede “insieme”:

tifoserie che si confrontano arcignamente.

In sintesi tutto il contrario di quello che dovrebbe essere l’esercizio costante del dubbio, l’esercizio critico mai “approdante”; uniche armi che ogni essere umano ha a sua disposizione per evitare di rimanere imbrigliati in un pensiero che titilla onanisticamente se stesso.

Lucius Errante

IBK (Austria)

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Poesie

Davide Matera: Al sorgere della luce

                 Santo il giorno

          in cui le piccole farfalle

            spossate e morenti

       sparsero il loro ultimo canto

            sugli albori della vita.

Sul tiepido esito

                  di un’attesa

        infinitamente frustrante

               il giorno sorse

             in punta di piedi

  coi colori dell’autunno di Gerico

dei profumi di Roma e di Alessandria

        ultime patrie dell’umanità

 ultimi baluardi dell’umana sconcezza

     dell’odiosa stoltezza razionale

   dei cantori dell’ultimo messaggio

           a quel dio di violenza

            lasciato senza pietà

            al suo contemplarsi

      al suo inevitabile estinguersi

            al sorgere della luce.

 

2 aprile 2002 MNR

 

foto, Marisa Polizzi

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Articoli

Davide Matera, Presentazione a “Il sogno di Guglielmo” di Gildo Matera

 

I ricordi più vivi della mia adolescenza sono legati all’estate e al teatro.

Era consuetudine estiva, infatti, che mio padre mi invitasse a seguirlo per assistere ad uno dei tanti spettacoli teatrali messi in scena con il Grupponuovoteatro di Palermo, compagnia di cui fece stabilmente parte per almeno due decenni; Don Giovanni, Anfitrione, Morti senza tomba, Cagliostro dei Buffoni, ogni allestimento era per me un giorno di emozione e meraviglia: gli attori, i costumi, le scenografie, le luci, l’attività frenetica che si svolgeva dietro le quinte. Avevo la fortuna, riservata a pochissimi, di avvicinarmi alla magia del teatro da due diverse prospettive: quella del pubblico e quella degli addetti ai lavori, avevo accesso a tutto ciò che uno spettatore solitamente non vede, non può vedere.

Non credo di essere lontano dal vero dunque affermando che il presente lavoro fu scritto proprio a motivo dell’esperienza diretta, la lunga attività di attore e dell’amore che lo legò, sempre, alla ieratica bellezza del Duomo di Monreale. “Mi sono incantato, ci siamo incantati. Non credevamo ai nostri occhi. Stupiti, siamo rimasti sulla soglia quasi indecisi se muovere dei passi, pensando che potevamo rompere quello che ci pareva un incantesimo, un prodigio”. Queste le parole di Fra’ Guglielmo sulla soglia del Duomo appena edificato, tanto intimamente vicine a quanto l’autore stesso scrive nella sua nota al testo: “Quando vidi per la prima volta il Duomo di Monreale – ero ancora un ragazzo – rimasi incantato da tanta bellezza, come si incantano tutti coloro che varcano la soglia del Tempio per la prima volta e non soltanto. Da allora, senza sottrarmi allo sguardo benevolo del Cristo, ho cercato di scorgere qualcosa di nuovo, di nascosto, di lasciato nell’ombra: il tracciato di un segno, la morbidezza d’una veste intessuta di pietre e divenuta una trina, uno sguardo di pietre colorate che penetra l’anima e la seduce”. Quanto di più intimo ed estatico un ricordo giovanile può conservare nelle pieghe della memoria.

Un pièce per il teatro, Il sogno di Guglielmo, che l’autore avrebbe voluto allestire all’aperto, probabilmente sulla scia di quanto aveva visto nell’estate del ’97 in Austria, al Festival Bregenz, su invito dell’organizzatore del festival.

Un omaggio a due amori dicevamo, il teatro e un Tempio, quel prodigioso scrigno d’oro conosciuto da ragazzo, appena giunto con la famiglia a Monreale. Un lavoro che condensa una lunga pratica teatrale, come pure testimoniano le numerose didascalie che suggeriscono, già dalle prime pagine, un abbozzo di regia. Il tempo fu sufficiente a mio padre per vedere pubblicare l’opera ma non per poterne realizzare l’allestimento; era il 1999 quando venne pubblicata la prima edizione.

Questa seconda edizione è frutto, insieme, dell’amicizia e della collaborazione con Pietro Maria Sabella, editore per i tipi di The Freak, Giuseppe Spinnato, che con rara scrupolosità ha curato insieme a me la revisione del testo confrontando la precedente edizione a stampa con la versione dattiloscritta, e Andrea Le Moli cui, già dalla prima edizione, l’autore chiese di curare la prefazione.

A loro va il mio più sincero ringraziamento

 

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https://www.thefreak.it/prodotto/il-sogno-di-guglielmo/

Poesie

Davide Matera, ” Tutto “

Sono pochi i mondi in cui

ho camminato,

poche le terre esplorate,

i mari

E ancora mi chiedo il senso

di questo passaggio,

di questo attimo impertinente

che si dispiega in una notte,

o in un giorno senza futuro

Come chi guardando

dall’alto

arrivasse a comprendere

che “tutto” è solo quello

che abbiamo visto

che abbiamo sentito

a volte come dolore violento

a volte come dolcezza

di un’assolata primavera d’infanzia.

 

A mia madre

MNR 20 gennaio 2010

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Mia madre, Tania Bucceri, fotografata da mio padre a Venezia

Foto, Gildo Matera

Articoli

Davide Matera, Antonio Veneziano, il “maledettissimo” (un abbozzo biografico)

Oscar Wilde in uno dei suoi brillanti e tanto fortunati aforismi sentenzia: «ogni santo ha un passato, mentre ogni peccatore ha un futuro». Conosciamo tutti l’avventura umana del poeta e drammaturgo irlandese, e come il suo modo di vivere spregiudicato gli sia costato l’alienazione dei favori della buona società londinese. Poesia e rifiuto delle cosiddette “regole civili”, arte e “trasgressione” nel vivere, che lo porterà, in seguito alla condanna per sodomia, nella prigione di Reading e da cui nascerà il suo bellissimo e commovente De profundis.

Un “maledettismo“, contrassegna, imprime col marchio di Caino, i poètes maudits, di cui credo basterà ancora ricordare la relazione tumultuosa tra Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, o i travestimenti eccentrici di Tristan  Corbière, che porta a passeggio al guinzaglio un maiale travestito da vescovo, durante i festeggiamenti del carnevale, in presenza del papa.

Vite dunque quasi sempre vissute “al limite” delle convenzioni sociali, il cui fine ultimo sembra essere tanto spesso proprio la poesia, distillato di sofferenza e passione, senso ultimo del breve tragitto esistenziale dell’uomo-poeta.

Forse è operazione spregiudicata l’accostare la vita e l’opera poetica di Antonio Veneziano a poeti a lui tanto distanti per epoca e cultura. Ma a guardar bene, e certo in prospettiva metastorica, sono proprio la vita e la poesia di Veneziano che ci spingono ad accostarlo a quello che Leonardo Sciascia, autore di uno splendido saggio sul poeta monrealese, descrive come appunto il «maledettismo» di «un uomo propriamente mangiato dal carcere», di un poeta dalla vita passionale e avventurosa e tragica, per naturale disposizione, turbine di sentimenti e gusto di libertà. Ed è sempre Sciascia che ancora ci informa della sua «condizione di spretato», delle sue «forme di irriverenza, di spavalderia, di azzardo, di libertinaggio», consegnandoci una figura di uomo in perenne scontro con le autorità costituite e, forse, con se stesso; «agile di spada e nel sostenere la ragione e il torto, l’interesse e il capriccio», un poeta, insomma, la cui originalità va ben oltre un interesse esclusivamente letterario.

Battezzato a Monreale il 7 gennaio del 1543, appartenente a una ricca e potente famiglia di origini forse venete, ma ben radicata a Monreale già verso la fine del secolo XV,  Antonello Veneziano, poi Antonio, nel 1555, appena dodicenne, viene arruolato dallo zio arcidiacono nelle “truppe” della milizia della Compagnia di Gesù, nei collegi di Palermo e Messina «per farvi il noviziato e studiarvi rettorica, lingua greca ed ebraica».

Distintosi per il suo «ingegno superiore», nel 1559 è a Roma, al seguito del gesuita Francesco Toleto, che lo inizierà alla filosofia secondo Tommaso.

I modi di vita della Compagnia di Gesù probabilmente non sono tuttavia congeniali al suo temperamento, e indicato dallo zio arcidiacono, nel suo testamento, erede universale – insieme ai nipoti Giovanni e Nicolò -, «coll’espressa licenza e la benedizione dei superiori», lascia la compagnia di Gesù per tornare a Monreale. Qui, nel marzo del 1563, viene accusato, insieme ai fratelli Giovanni e Nicolò «homini armìgeri et forti», dell’uccisione di Giovanni Polizzi, ladro e scorritore di campagna.

Benché non abbia niente a che fare con l’omicidio, Antonio è costretto a dibattere la faccenda per ben cinque anni, con finale prova della tortura. Nel dicembre del 1568 esce finalmente di prigione, ma col divieto di tornare a Monreale, almeno sino al 1576, quando gli sarà concesso di rientrarvi. Quante volte sia stato arrestato, tra il 1563 e il 1568, quale coimputato per l’omicidio del Polizzi, non è dato saperlo esattamente; «e il conto si perde per l’arco dei trentanni di vita dal 1563 al 1593. Il carcere, la prigionia: ecco il vero corso e stato della sua vita» («Natu appenna in enimma fu predittu Di la mia vita lu cursu e lu statu»).

Uscendo dalla compagnia di Gesù, Antonio viene a trovarsi in un ambiente difficile, crudele, in cui ogni valore è difeso con la violenza più cieca ed efferata: la roba, la donna e i puntigli personali, e l’impeto con cui vi si getta fa dimenticare quel suo passato gesuita fatto di devozione e mitezza, di distacco dai beni e dai piaceri terreni.

Nell’agosto del 1573 è accusato di aver rapito Franceschella Porretta, ragazza al servizio della terziaria domenicana Eufrigenia Diana; ma sembra che Eufrigenia fosse complice del Veneziano.

Il fatto coincide con una lite familiare per la divisione della roba: la madre di Antonio, Allegranza Azolino, dichiara il suo disdegno per il figlio degenere. Il fratello Giovanni, insieme a Niccolò, si accorda con la madre a danno di Antonio e il documento di questo accordo è il testamento di Allegranza datato 15 febbraio 1574, in cui il poeta viene diseredato perché figlio «disobbediente».

Liberatosi dalle accuse della monaca e forse scaricatosi anche di Franceschella, Antonio fa donazione di tutti i suoi diritti ereditari ad Eufemia de Caloge­ro, figlia della sorella Vincenza nella cui casa, a Palermo, era ospitato. L’atto di donazione è un documento assai singolare: Eu­femia non deve né sposarsi né farsi monaca, deve invece «mantenersi in onestà e pudicizia, mai cadere in errore: pena la nullità della donazio­ne».

Troppe raccomandazioni che forse rivelano, nella figura della nipote, il mistero della «celeste e terrestre Celia cantata dal Veneziano». Perché di altri suoi amori, l’identità non viene nascosta: Francisca, cioè Franceschella Torretta, e Isabella, cioè Isa­bella La Turri; e si può escludere che esse siano poi diventate la Celia che gli toglie il sonno, che lo “dissolve in atomi”, che lo fa soffrire.

Ancora qualcosa su questa incredibile vita romanzesca: la prigionia in Algeri, dove il poeta conoscerà Cervantes. Da questo sfortunato incontro nacque certamente un rapporto di «estimazione letteraria, se non di amicizia» del quale ci restano due poesie: una di Cervantes a Veneziano, scritta dopo la lettura della Celia e una di Veneziano, di ringraziamento e ammirazione.

Nel 1580 Cervantes, liberato, parte per la Spagna e Vene­ziano – «da buoni amici recattato» – torna a Monreale.

Ed eccolo, nel 1581, ancora alle prese con liti fa­miliari, rientrato insomma nella normalità, se lo vediamo, in campagna, dove preferisce vivere, impegnato in contesa con qualcuno perché abusivamente pascola greggi nelle sue terre. In un documento del settembre 1582, vediamo irrompere con «grandissima furia» Antonio Veneziano in compagnia di due suoi amici: «et lu dettu de Venetiano dicendo alli compagni soi, dati a sti curnuti, amaczati quanto crapi potiti, che mi hanno aroinato», ecco si gettano in mezzo alle greggi.

E poi ancora l’irriverenza contro il potere istituito, una certa sua inquietudine caratteriale: il 1° dicembre 1588 viene arrestato quale sospetto autore di una pasquinata contro il viceré don Diego Enríquez de Guzmán conte di Alba. «Si trovò appizzato un cartello contro il viceré alla cantonera di D. Pie­tro Pizzinga allo piano delli Bologni. Ed alli 13 di gennaro se­guente ne fu tormentato Antonio Veneziano, poeta famosissimo di Monreale, ed ebbe sette tratti di corda e tinni».

Sembra ormai attendibile la notizia secondo cui fu proprio un altro cartello “irriverente”, e il tradimento dei suoi amici, ad averlo consegnato, nel 1593, all’ultima e fatale prigionia.

Ed a conferma di questa ipotesi ci viene incontro la tradizione popolare, che attribuisce al Veneziano un’ottava che dice della terribile condizione del carcerato e impreca con­tro il tradimento: «Amici, amici, quadarì, quadarì, Facitimi quadarì di liscia, Cà tutti quanti mi vogghiu squadari / li robbi lordi di la Vicaria. / Curriti tutti, mastri pittinari, Purtati tutti petti­ni pri mia; E s’ ‘un cc’è corna, faciti sirrari / Li corna a chiddi chi ‘nfussaru a mia!» (Amici, amici, preparate acqua calda, preparatemi acqua calda con lisciva, che tutti quanti mi voglio bollire gli indumenti lordi di carcere. E voi, mastri che fate i pettini, correte, portate tutti pettini per me; e se non avete il corno da cui farli, segate le corna a coloro che qui mi hanno infossato).

Nel suo Palermo Restaurato (o Ristorato), un resoconto sul rifiorire della città nella seconda metà del secolo XVI, Vincenzo Di Giovanni scrive che il Veneziano era consi­derato il miglior poeta, nelle accademie e fuori: «Ebbe nella nostra patria il primato: fu d’ingegno acuto e peregrino, di somma sapienza e dottrina, di stile eroico e sublime; e di fare imprese aveva il pri­mato. Le sue canzoni furono di tanto pregio, che ogni cosa bella si reputava da lui; e furono di tal sorte, che ogni professo­re di poesia, anco d’Italia, desiderava aver canzoni di Venezia­no, per servirsi di suoi concetti nelle opere sue; […] Amò egli la sua Celia, per la qual compose cento canzoni, tutte di pensieri celesti, e quelle chiamò La Celia».

La superiorità del Veneziano rispetto agli altri poe­ti siciliani del tempo è ormai cosa certa. E ciò che fa della sua poesia un caso assolutamente unico è il fatto che per circa due secoli e mezzo essa abbia avuto una vastissima diffusione e tradizione nella memoria del po­polo, fin quasi ai nostri giorni, e anzi «la tradizione manoscritta è stata influenzata dalla tradizione mnemonica in cui ve­niva a realizzarsi quella tendenza a reputare da lui ogni cosa bel­la già abbastanza evidente nei primi decenni del Seicento».

Per concludere vorrei ricordare il giudizio del critico letterario Francesco Flamini, che, secondo Sciascia, resta “il più esatto che fino­ra sia toccato al Veneziano”: «E cosa nova fece il siculo Petrarca, Antonio Veneziano da Monreale, nel suo canzoniere in vernacolo, intitolato Celia dal soprannome della donna amata, […] ammiratissimo nell’isola ove fu composto ed ove una eco ne sopravvive nei canti del popolo. Ai quali molto deve per parte sua, sia nell’intonazione sia nel metro, questo poeta di fantasia e di sentimento, dotto di greco e di latino ed autore anche di prose italiane, come la descrizione del Fonte Pretorio, signoril­mente eleganti, ma insofferente di freno al fervido ingegno e a quella vena mordace che gli fruttò il carcere e, per uno scop­pio delle polveri quivi avvenuto, a soli cinquant’anni la morte».

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Racconti e Scritti

Davide Matera, Il temporale

E tutti ci riversammo sulla strada.

Alcuni, incuriositi dall’improvviso squarcio, si affacciarono alle finestre.

Era bello risentire il tintinnio continuo della pioggia, osservare quei luminosi bagliori nel cielo imprevedibile di quella tarda primavera.

Attendevo con ansia, era bello attendere, sempre; e mi tornavano subito alla mente le attese lunghe e misteriose di Kafka, quell’eterno aspettare che dava un senso alla sua vita sempre uguale, grigia, monotona.

Qualche raro passante risvegliava il mio torpore, mi attirava soprattutto il ritmo irregolare e quel suono fiaccato delle scarpe sull’asfalto inumidito dalla pioggia.

L’aria, ora più fresca, mi aiutava a pensare, e in qualche modo quel fenomeno che si ripete da sempre, senza fine, mi insegnò che anche nelle cose più consuete, nei fatti più normali, si nasconde una infinita varietà di sfumature, di cose minuscole, percepibili tuttavia solo in rari, meravigliosi momenti di lucidità.

Valens (CH), 1991

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Racconti e Scritti

Davide Matera, L’attesa

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Andrea gioca sul tetto, ma il suo “gioco” è doloroso, corrosivo ed estenuante.

Il gioco di Andrea è un gioco che fa tanto male e che ferisce.

Andrea aspetta la luce, ”quella verde del semaforo” e intanto le nuvole passano e non tornano più.

Andrea “respira i semi”, ma i semi diventano alberi che mettono radici e un albero fuori dalla sua terra, a volte, rischia di morire.

La luce che Andrea aspetta potrebbe non arrivare mai, se Andrea non apre gli occhi al mondo.

Il tempo passa, inesorabilmente, si esce fuori di scena e non rimangono che i tanti ricordi e forse i rimpianti di ciò che non è stato, e si è unici responsabili di tutto quanto, quasi sempre.

Perché non scende dal tetto e rimane ad aspettare ? La strada la si fa anche calpestandola, tirando calci alle pozzanghere d’acqua e fango, la strada la si deve percorrere sino in fondo, comunque, anche sfinendosi.

Andrea aspetta che la luce si spenga, o che si accenda.

Non scende dal tetto, non ancora.

Ma ci ha già pensato.

Aspetta la luce, quella verde, quella del semaforo.

Andrea potrebbe lasciar accendere la luce senza aspettare, forse la luce è già accesa da tempo ma non riesce a vederla. Forse Andrea è fotofobico e avverso a fenomeni di fotogenesi; rischierebbe allora una fotoreazione ad un fototropismo estremamente romantico e come tale condannato all’impossibiltà di realizzarsi? Chissà.

Illazioni, supposizioni.

Interpretiamo l’ignoto. Come i grandi uomini della scienza sfidiamo l’imponderabile, l’invisibile, l’inesprimibile.

Ad Andrea ben si addice la teologia negativa dello Pseudo-Dionigi, che rinunciava a spiegare la natura di Dio ritenendo l’uomo incapace di determinarla.

– Di Andrea possiamo solo dire quello che non è – avrebbe detto Dionigi

Non è sicuramente un uomo, nel bene e nel male vanta attributi femminili.

Non ci sembra felice; e qui si potrebbe obiettare che la felicità non è di questo mondo, ma, cosa più triste: Andrea è insicuro, non sta bene con se stesso, perché ha un incredibile bisogno d’amore.

Andrea ha paura di perdere ciò che gli sembra assolutamente sicuro e rassicurante ma al tempo stesso, ciò che gli appare sbiadito e confuso: il suo “essere”, così com’è in questo momento della “sua” vita.

Ora il silenzio sarebbe stato un crimine; per il resto, la possibilità che Andrea per coprire se stesso, arrivasse a venderci per visionari e paranoici, era rischio di poco conto.

Probabilmente il nostro non è un modo diretto e chiaro di comunicare, ma ci sembra tutto sommato il più adatto in epoche oscure come questa.

A cosa servirà mai salutarsi e augurarsi buon anno, quando non si ha il coraggio di essere veramente sinceri? Quale ricordo dovremmo mai portare con noi stessi dopo tanta ipocrisia, dopo tanta assenza di rispetto per sentimenti e stati d’animo così intensi? Quale ibrido potrà mai prendere il posto di una relazione che con tutta la buona volontà non può abbandonare la sua precisa e unica ragion d’essere?

Non pensiamo di esagerare dicendo che prepotentemente, ciò che si vuol ridurre ad ombra di se stesso va solo in una direzione, verso quella strada che Andrea non riesce ancora ad imboccare, per paura o chissà per quale altro mistero.

La luce verde “quella del semaforo” resterà accesa ancora per tanto tempo, paziente, ma per legge di natura, come tutte le sorgenti di luce, prima o poi, è destinata anch’essa ad esaurirsi.

Davide Matera

11 ottobre 2001, Yemen del Nord