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Elogio della guerra.

Guerra, comunità e rivelazione dell’umano.

Esiste un paradosso che attraversa la storia moderna e che continua a disturbare ogni etica pacifista troppo sicura di sé: nei periodi di guerra, all’interno di una nazione coinvolta nel conflitto, molti individui dichiarano di sentirsi più umani. Più presenti, più legati agli altri, più necessari. Non migliori, non più giusti, ma meno superflui. Questo dato, che ritorna con impressionante regolarità nelle testimonianze storiche e letterarie, non può essere liquidato come semplice propaganda o abbaglio psicologico. Esso chiede di essere pensato.

La guerra è comunemente intesa come negazione dell’umano: distruzione, sospensione della morale, trionfo della violenza. E tuttavia, proprio nel cuore di questa negazione, si manifesta spesso una forma intensa di comunità, una solidarietà concreta, una chiarezza esistenziale che la pace fatica a produrre. Il problema, allora, non è stabilire se la guerra sia buona — non lo è — ma comprendere perché essa venga vissuta come rivelatrice di umanità.

Una prima risposta riguarda la natura della pace moderna. La pace delle società tardo-industriali non è quiete, ma amministrazione: gestione dei corpi, del tempo, dei bisogni, dei conflitti. È una pace funzionale, regolata, astratta. L’individuo pacificato è protetto, ma anche disperso; libero, ma spesso irrilevante; vivo, ma non necessario. In questo regime, il senso dell’esistenza viene delegato a narrazioni private, psicologiche, consumabili. La comunità si riduce a coabitazione.

La guerra spezza brutalmente questo assetto. Non introduce valori più alti, ma reintroduce il limite. La morte torna possibile, la scarsità reale, la dipendenza reciproca ineludibile. Dove c’è limite, c’è decisione; dove c’è decisione, c’è soggetto. L’uomo in guerra non può rimandare indefinitamente, non può restare neutrale, non può essere spettatore della propria vita. È costretto a esserci.

Da questo punto di vista, la guerra interrompe ciò che Émile Durkheim chiamava anomia: la dissoluzione delle norme e dei significati comuni tipica delle società complesse in tempo di pace. Il conflitto ricompone temporaneamente il campo simbolico: amico e nemico, pericolo e protezione, noi e fuori. Non si tratta di una semplificazione giusta, ma di una semplificazione potente. Essa restituisce orientamento.

L’antropologia ha descritto a lungo questi momenti come stati di liminalità. In termini turneriani, la guerra produce una communitas fondata non su valori positivi, ma su una negatività condivisa: la minaccia, la perdita, l’incertezza radicale. È una comunità senza ideologia, ma con un comune destino di vulnerabilità. L’umanità che vi emerge non è morale, è elementare: aiutare perché altrimenti si muore, fidarsi perché non esistono alternative, condividere perché la solitudine è insostenibile. In questo senso, la guerra agisce come una sorta di reset collettivo delle società: non perché le rinnovi, ma perché le riporta brutalmente a ciò che è elementare.

È qui che la letteratura di guerra di Heinrich Böll diventa decisiva. Nei suoi romanzi ambientati nel secondo conflitto mondiale — Dov’eri, Adamo?, E non disse nemmeno una parola — la guerra non è mai eroica né spettacolare. È fatta di attese interminabili, di fame, di corpi stanchi, di sonno rubato, di amplessi consumati tra sconosciuti negli angoli affollati dei rifugi antiaerei, di una sessualità spoglia di promessa e carica di urgenza, di paura quotidiana che non concede tregua.

In questo paesaggio di rovina, dove tutto sembra ridursi alla sopravvivenza biologica, emerge però un dato costante e perturbante: nessuno è irrilevante. Ogni gesto pesa. Ogni corpo conta. Ogni vita è un problema che non può essere eluso né delegato. La guerra, in Böll, non sublima l’umano: lo espone. E proprio in questa esposizione senza retorica, l’umanità — ferita, indecente, vulnerabile — torna a essere visibile.

Böll mostra con precisione chirurgica ciò che la pace tende a rimuovere: in guerra l’uomo è schiacciato, ma non è mai superfluo. La sofferenza non è privatizzata, non è nascosta dietro dispositivi terapeutici o linguaggi edulcorati. È immediatamente visibile, immediatamente condivisa, immediatamente politica. Nei suoi personaggi, l’umanità non si manifesta nei grandi ideali, ma nei gesti minimi: dividere il pane, restare accanto a chi ha paura, proteggere qualcuno senza sapere perché.

Questo è il punto più scomodo: la guerra, pur essendo disumana, è spesso meno menzognera della pace. La pace borghese del dopoguerra, che Böll criticherà con ferocia, ricostruisce edifici, istituzioni, ruoli sociali, ma non ricostruisce la verità dell’esperienza. In romanzi come Opinioni di un clown, il mondo pacificato appare moralmente peggiore di quello distrutto: ipocrita, normalizzato, incapace di dolore autentico. La guerra aveva spezzato i corpi; la pace spezza la memoria.

Qui l’argomento diventa politico. All’interno di una nazione in guerra, il nemico esterno svolge una funzione strutturante. Non rende giusti, ma rende leggibili. Come aveva già compreso Thomas Hobbes, è il pericolo comune a fondare il patto sociale. Il “noi” non nasce dal consenso, ma dall’esposizione condivisa. Senza rischio, senza minaccia, senza limite, la comunità si dissolve in una somma di individui amministrati.

Anche per questo la testimonianza di Ernst Jünger, per quanto ideologicamente distante da Böll, converge su un punto essenziale: la guerra come esperienza di realtà. Per Jünger, il fronte è il luogo in cui l’uomo incontra il mondo senza filtri, senza mediazioni, senza anestesie. Non diventa migliore, ma diventa presente. La guerra costringe a smettere di mentire a se stessi.

La conclusione è inevitabilmente inquietante. Se la guerra appare, per molti, come luogo di ritorno dell’umanità, questo non dice qualcosa di buono sulla guerra, ma qualcosa di gravissimo sulla pace che abbiamo costruito. Dice che le nostre società faticano a produrre senso, legami e necessità senza passare attraverso la catastrofe. Dice che abbiamo bisogno della distruzione per sentirci reali.

La guerra non umanizza. Rivela.

Rivela una pace incapace di comunità, una politica ridotta a gestione, un’etica senza rischio. Finché non saremo capaci di generare esperienze comuni decisive senza sacrificare corpi, la guerra continuerà a esercitare il suo fascino oscuro: non come valore, ma come scorciatoia ontologica.

Il modo più rapido — e mostruoso — per tornare a sentirsi umani.

MNR, 7 gennaio 2026

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Davide Matera, La Poa annua di Diana: l’erba che sfida Putin

In Russia una giovane musicista è stata arrestata per aver cantato una canzone proibita. Ma dietro di lei cresce una generazione che, come la Poa annua, non smette di vivere sotto il cemento armato del potere.

Avete presente quell’erba esile che spunta dalle crepe del cemento?

Quella che nessuno nota, che cresce senza radici profonde né protezione, ma che ritorna ogni volta, incurante del peso e del passo.

È un’erba fragile, certo, ma che non cede.

Ogni volta che si presenta ai nostri occhi, esile e delicata, ci suscita un moto di stupore: la sua forza sembra risiedere nella pazienza, nella continuità, nella sua silenziosa ostinazione.

In Russia, oggi, quell’erba ha il volto di una ragazza di diciott’anni: Diana Loginova, nome d’arte Naoko, una studentessa di musica di San Pietroburgo, arrestata dopo aver cantato in strada Cooperative Swan Lake, una canzone del rapper in esilio Noize MC e proibita dal regime di Putin.

Per questo gesto — un concerto improvvisato davanti alla metropolitana — è stata condannata a tredici giorni di detenzione amministrativa. Ma le autorità non si sono fermate: ora è indagata per “discredito delle Forze Armate russe”, un’accusa che potrebbe costarle fino a cinque anni di carcere.

Durante il regime sovietico, ogni qualvolta l’apparato comunista entrava in crisi — la morte di un leader, un colpo di Stato, un passaggio improvviso di potere — la televisione di Stato trasmetteva Il lago dei cigni di Čajkovskij.

Era il segnale implicito che qualcosa stava accadendo, che la stabilità apparente si era incrinata.

Il celebre balletto diventava colonna sonora del silenzio, la grazia al servizio del controllo.

Oggi Lago dei cigni risuona nelle strade: non più come musica di copertura, ma come canto di libertà.

Le note che un tempo mascheravano la crisi oggi la rivelano.

Questi giovani nati nel nuovo millennio — che non conoscono la democrazia né leader diversi da Vladimir Putin — stanno inventando un linguaggio nuovo: non il grido, ma il canto; non la protesta, ma la presenza.

Cantano nei sottopassi, nelle piazze, davanti ai poliziotti che li filmano.

Le loro voci non chiedono nulla: semplicemente esistono.

E in un Paese dove esistere liberamente è già un atto sospetto, ogni respiro, ogni canzone diventa una dichiarazione di vita.

Il potere li teme proprio per questo: perché la loro forza non è organizzata, non è ideologica, ma biologica. Sono, appunto, come l’erba che cresce sotto il cemento: senza leader, senza struttura, senza strategia. Sono forme di rizoma, vite sotterranee che si intrecciano e si rigenerano, anche quando tutto intorno è putrescente.

Le puoi calpestare, tagliare o eradicare — ma continueranno a esserci, a ricrescere, a testimoniare la vita anche di fronte a ogni brutale e contraria volontà.

La loro rivoluzione è pacifica, paziente, e perciò più radicale.

Quando Diana Loginova prese la chitarra e iniziò a cantare, sapeva di compiere un gesto vietato, ma – data la giovane età – forse non immaginava la portata della punizione né il clamore internazionale che ne sarebbe seguito.

Possiamo supporre che cantasse per sé, per un istinto di verità, per tenere viva una voce contro il silenzio che ammorba ogni dittatura.

La Poa annua — la fienarola annuale, o le sue consimili — continua a crescere anche nelle città dove il cemento è più spesso. La si vede tra le piastrelle dei marciapiedi di Mosca, lungo i binari della metro di San Pietroburgo, nei cortili dove qualcuno suona piano, per non farsi sentire.

È un’erba della stessa sostanza della vita: delicata ma ostinata, mite eppure indistruttibile. Una pianta minuta, comune, che cresce dove non dovrebbe crescere, che nessuno semina e nessuno riesce a sradicare del tutto. La puoi calpestare, tagliare o bruciare: ritorna sempre.

Così mi appaiono questi giovani russi, rei d’aver cantato canzoni proibite dalla dittatura. Sottili, anonimi, spesso soli, ma tenaci come quella piccola erba di città, che non si piega neppure sotto la suola del potere.

Chissà che un giorno — forse non domani, forse non presto — la loro voce, come la Poa annua, finirà per sollevare il cemento, permettendo finalmente alla luce di passare.

Non con la forza, ma con la vita negata da ogni dittatura.

Perché nulla, nemmeno il regime più duro, può impedire ad essa di riaffiorare dalle macerie, dalla distruzione della guerra, dai crimini di un regime spietato e tiranno.

MNR 27 novembre 2025

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Davide Matera: Isaac B. Singer, Shosha, un invito alla lettura

Non amo suggerire letture. Credo che la scelta di un libro sia una cosa personale, intima, un rapporto esclusivo tra il lettore e l’autore.

Ma da anni, forse da sempre, mi torna in mente questo titolo.

Fu un libraio illuminato a suggerirmelo. Era un incantevole baratto: io, neanche ventenne, davo lezioni di violino alle sue figlie e lui ricambiava con i libri della sua libreria.

Ma Mario (comunista ortodosso, tutto d’un pezzo e d’immensa onestà intellettuale) non si limitava a pareggiare il conto con libri qualsiasi; mi suggeriva autori importanti, premi Nobel, romanzi di formazione (Bildungsroman), pamphlet politici, quasi un’educazione sentimentale, e io così la percepivo.

Ogni libro che mi consigliava apriva nuovi orizzonti.

Tutto questo arricchiva la già nutrita libreria di famiglia e le discussioni interminabili con mio padre su questioni letterarie, teatrali o poetiche, Genet, Sartre, Pasolini, Moravia, Bufalino, Mann, Böll, gli allora più recenti Golding e Rushdie erano pane quotidiano (a dire il vero lui spesso si dannava perché nel bel mezzo di una discussione trovavo una scusa per tornare a vagare tra le nuvole soffici della giovinezza).

Tornando al libro, allora non sapevo cosa fosse lo Yddish, ma provavo già una particolare fascinazione per la cultura ebraica e per la Mitteleuropa. Mi sono sempre sentito profondamente europeo, intimamente; e lo sono ancora.

Il libro narra una storia d’amore, l’amore tra Shosha, una ragazza con un ritardo mentale e Arele, un uomo molto più grande di lei.

Shosha non è mai cresciuta, non ha imparato a leggere e scrivere e vede i fantasmi. È una storia tra un uomo “sano” e una disabile mentale.

Un senso di morte crescente pervade il romanzo in cui sono immersi tutti i personaggi mano a mano che si avvicina l’invasione hitleriana. Molti di loro potrebbero salvarsi, ottenere passaporti, fuggire negli Stati Uniti, ma non lo fanno: rifiutano ogni aiuto. Sono inadatti alla vita e restano impigliati “sino alla fine del mondo” a discettare su Dio e Spinoza in una lucida e brillante agonia priva di speranza.

Singer, ebreo polacco, quarantatré anni dopo essere fuggito a New York si intestardisce a scrivere nella lingua semimorta dei suoi antenati.

Isaac Bashevis Singer è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978.

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Davide Matera, Presentazione a “Il sogno di Guglielmo” di Gildo Matera

 

I ricordi più vivi della mia adolescenza sono legati all’estate e al teatro.

Era consuetudine estiva, infatti, che mio padre mi invitasse a seguirlo per assistere ad uno dei tanti spettacoli teatrali messi in scena con il Grupponuovoteatro di Palermo, compagnia di cui fece stabilmente parte per almeno due decenni; Don Giovanni, Anfitrione, Morti senza tomba, Cagliostro dei Buffoni, ogni allestimento era per me un giorno di emozione e meraviglia: gli attori, i costumi, le scenografie, le luci, l’attività frenetica che si svolgeva dietro le quinte. Avevo la fortuna, riservata a pochissimi, di avvicinarmi alla magia del teatro da due diverse prospettive: quella del pubblico e quella degli addetti ai lavori, avevo accesso a tutto ciò che uno spettatore solitamente non vede, non può vedere.

Non credo di essere lontano dal vero dunque affermando che il presente lavoro fu scritto proprio a motivo dell’esperienza diretta, la lunga attività di attore e dell’amore che lo legò, sempre, alla ieratica bellezza del Duomo di Monreale. “Mi sono incantato, ci siamo incantati. Non credevamo ai nostri occhi. Stupiti, siamo rimasti sulla soglia quasi indecisi se muovere dei passi, pensando che potevamo rompere quello che ci pareva un incantesimo, un prodigio”. Queste le parole di Fra’ Guglielmo sulla soglia del Duomo appena edificato, tanto intimamente vicine a quanto l’autore stesso scrive nella sua nota al testo: “Quando vidi per la prima volta il Duomo di Monreale – ero ancora un ragazzo – rimasi incantato da tanta bellezza, come si incantano tutti coloro che varcano la soglia del Tempio per la prima volta e non soltanto. Da allora, senza sottrarmi allo sguardo benevolo del Cristo, ho cercato di scorgere qualcosa di nuovo, di nascosto, di lasciato nell’ombra: il tracciato di un segno, la morbidezza d’una veste intessuta di pietre e divenuta una trina, uno sguardo di pietre colorate che penetra l’anima e la seduce”. Quanto di più intimo ed estatico un ricordo giovanile può conservare nelle pieghe della memoria.

Un pièce per il teatro, Il sogno di Guglielmo, che l’autore avrebbe voluto allestire all’aperto, probabilmente sulla scia di quanto aveva visto nell’estate del ’97 in Austria, al Festival Bregenz, su invito dell’organizzatore del festival.

Un omaggio a due amori dicevamo, il teatro e un Tempio, quel prodigioso scrigno d’oro conosciuto da ragazzo, appena giunto con la famiglia a Monreale. Un lavoro che condensa una lunga pratica teatrale, come pure testimoniano le numerose didascalie che suggeriscono, già dalle prime pagine, un abbozzo di regia. Il tempo fu sufficiente a mio padre per vedere pubblicare l’opera ma non per poterne realizzare l’allestimento; era il 1999 quando venne pubblicata la prima edizione.

Questa seconda edizione è frutto, insieme, dell’amicizia e della collaborazione con Pietro Maria Sabella, editore per i tipi di The Freak, Giuseppe Spinnato, che con rara scrupolosità ha curato insieme a me la revisione del testo confrontando la precedente edizione a stampa con la versione dattiloscritta, e Andrea Le Moli cui, già dalla prima edizione, l’autore chiese di curare la prefazione.

A loro va il mio più sincero ringraziamento

 

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https://www.thefreak.it/prodotto/il-sogno-di-guglielmo/

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Davide Matera, Antonio Veneziano, il “maledettissimo” (un abbozzo biografico)

Oscar Wilde in uno dei suoi brillanti e tanto fortunati aforismi sentenzia: «ogni santo ha un passato, mentre ogni peccatore ha un futuro». Conosciamo tutti l’avventura umana del poeta e drammaturgo irlandese, e come il suo modo di vivere spregiudicato gli sia costato l’alienazione dei favori della buona società londinese. Poesia e rifiuto delle cosiddette “regole civili”, arte e “trasgressione” nel vivere, che lo porterà, in seguito alla condanna per sodomia, nella prigione di Reading e da cui nascerà il suo bellissimo e commovente De profundis.

Un “maledettismo“, contrassegna, imprime col marchio di Caino, i poètes maudits, di cui credo basterà ancora ricordare la relazione tumultuosa tra Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, o i travestimenti eccentrici di Tristan  Corbière, che porta a passeggio al guinzaglio un maiale travestito da vescovo, durante i festeggiamenti del carnevale, in presenza del papa.

Vite dunque quasi sempre vissute “al limite” delle convenzioni sociali, il cui fine ultimo sembra essere tanto spesso proprio la poesia, distillato di sofferenza e passione, senso ultimo del breve tragitto esistenziale dell’uomo-poeta.

Forse è operazione spregiudicata l’accostare la vita e l’opera poetica di Antonio Veneziano a poeti a lui tanto distanti per epoca e cultura. Ma a guardar bene, e certo in prospettiva metastorica, sono proprio la vita e la poesia di Veneziano che ci spingono ad accostarlo a quello che Leonardo Sciascia, autore di uno splendido saggio sul poeta monrealese, descrive come appunto il «maledettismo» di «un uomo propriamente mangiato dal carcere», di un poeta dalla vita passionale e avventurosa e tragica, per naturale disposizione, turbine di sentimenti e gusto di libertà. Ed è sempre Sciascia che ancora ci informa della sua «condizione di spretato», delle sue «forme di irriverenza, di spavalderia, di azzardo, di libertinaggio», consegnandoci una figura di uomo in perenne scontro con le autorità costituite e, forse, con se stesso; «agile di spada e nel sostenere la ragione e il torto, l’interesse e il capriccio», un poeta, insomma, la cui originalità va ben oltre un interesse esclusivamente letterario.

Battezzato a Monreale il 7 gennaio del 1543, appartenente a una ricca e potente famiglia di origini forse venete, ma ben radicata a Monreale già verso la fine del secolo XV,  Antonello Veneziano, poi Antonio, nel 1555, appena dodicenne, viene arruolato dallo zio arcidiacono nelle “truppe” della milizia della Compagnia di Gesù, nei collegi di Palermo e Messina «per farvi il noviziato e studiarvi rettorica, lingua greca ed ebraica».

Distintosi per il suo «ingegno superiore», nel 1559 è a Roma, al seguito del gesuita Francesco Toleto, che lo inizierà alla filosofia secondo Tommaso.

I modi di vita della Compagnia di Gesù probabilmente non sono tuttavia congeniali al suo temperamento, e indicato dallo zio arcidiacono, nel suo testamento, erede universale – insieme ai nipoti Giovanni e Nicolò -, «coll’espressa licenza e la benedizione dei superiori», lascia la compagnia di Gesù per tornare a Monreale. Qui, nel marzo del 1563, viene accusato, insieme ai fratelli Giovanni e Nicolò «homini armìgeri et forti», dell’uccisione di Giovanni Polizzi, ladro e scorritore di campagna.

Benché non abbia niente a che fare con l’omicidio, Antonio è costretto a dibattere la faccenda per ben cinque anni, con finale prova della tortura. Nel dicembre del 1568 esce finalmente di prigione, ma col divieto di tornare a Monreale, almeno sino al 1576, quando gli sarà concesso di rientrarvi. Quante volte sia stato arrestato, tra il 1563 e il 1568, quale coimputato per l’omicidio del Polizzi, non è dato saperlo esattamente; «e il conto si perde per l’arco dei trentanni di vita dal 1563 al 1593. Il carcere, la prigionia: ecco il vero corso e stato della sua vita» («Natu appenna in enimma fu predittu Di la mia vita lu cursu e lu statu»).

Uscendo dalla compagnia di Gesù, Antonio viene a trovarsi in un ambiente difficile, crudele, in cui ogni valore è difeso con la violenza più cieca ed efferata: la roba, la donna e i puntigli personali, e l’impeto con cui vi si getta fa dimenticare quel suo passato gesuita fatto di devozione e mitezza, di distacco dai beni e dai piaceri terreni.

Nell’agosto del 1573 è accusato di aver rapito Franceschella Porretta, ragazza al servizio della terziaria domenicana Eufrigenia Diana; ma sembra che Eufrigenia fosse complice del Veneziano.

Il fatto coincide con una lite familiare per la divisione della roba: la madre di Antonio, Allegranza Azolino, dichiara il suo disdegno per il figlio degenere. Il fratello Giovanni, insieme a Niccolò, si accorda con la madre a danno di Antonio e il documento di questo accordo è il testamento di Allegranza datato 15 febbraio 1574, in cui il poeta viene diseredato perché figlio «disobbediente».

Liberatosi dalle accuse della monaca e forse scaricatosi anche di Franceschella, Antonio fa donazione di tutti i suoi diritti ereditari ad Eufemia de Caloge­ro, figlia della sorella Vincenza nella cui casa, a Palermo, era ospitato. L’atto di donazione è un documento assai singolare: Eu­femia non deve né sposarsi né farsi monaca, deve invece «mantenersi in onestà e pudicizia, mai cadere in errore: pena la nullità della donazio­ne».

Troppe raccomandazioni che forse rivelano, nella figura della nipote, il mistero della «celeste e terrestre Celia cantata dal Veneziano». Perché di altri suoi amori, l’identità non viene nascosta: Francisca, cioè Franceschella Torretta, e Isabella, cioè Isa­bella La Turri; e si può escludere che esse siano poi diventate la Celia che gli toglie il sonno, che lo “dissolve in atomi”, che lo fa soffrire.

Ancora qualcosa su questa incredibile vita romanzesca: la prigionia in Algeri, dove il poeta conoscerà Cervantes. Da questo sfortunato incontro nacque certamente un rapporto di «estimazione letteraria, se non di amicizia» del quale ci restano due poesie: una di Cervantes a Veneziano, scritta dopo la lettura della Celia e una di Veneziano, di ringraziamento e ammirazione.

Nel 1580 Cervantes, liberato, parte per la Spagna e Vene­ziano – «da buoni amici recattato» – torna a Monreale.

Ed eccolo, nel 1581, ancora alle prese con liti fa­miliari, rientrato insomma nella normalità, se lo vediamo, in campagna, dove preferisce vivere, impegnato in contesa con qualcuno perché abusivamente pascola greggi nelle sue terre. In un documento del settembre 1582, vediamo irrompere con «grandissima furia» Antonio Veneziano in compagnia di due suoi amici: «et lu dettu de Venetiano dicendo alli compagni soi, dati a sti curnuti, amaczati quanto crapi potiti, che mi hanno aroinato», ecco si gettano in mezzo alle greggi.

E poi ancora l’irriverenza contro il potere istituito, una certa sua inquietudine caratteriale: il 1° dicembre 1588 viene arrestato quale sospetto autore di una pasquinata contro il viceré don Diego Enríquez de Guzmán conte di Alba. «Si trovò appizzato un cartello contro il viceré alla cantonera di D. Pie­tro Pizzinga allo piano delli Bologni. Ed alli 13 di gennaro se­guente ne fu tormentato Antonio Veneziano, poeta famosissimo di Monreale, ed ebbe sette tratti di corda e tinni».

Sembra ormai attendibile la notizia secondo cui fu proprio un altro cartello “irriverente”, e il tradimento dei suoi amici, ad averlo consegnato, nel 1593, all’ultima e fatale prigionia.

Ed a conferma di questa ipotesi ci viene incontro la tradizione popolare, che attribuisce al Veneziano un’ottava che dice della terribile condizione del carcerato e impreca con­tro il tradimento: «Amici, amici, quadarì, quadarì, Facitimi quadarì di liscia, Cà tutti quanti mi vogghiu squadari / li robbi lordi di la Vicaria. / Curriti tutti, mastri pittinari, Purtati tutti petti­ni pri mia; E s’ ‘un cc’è corna, faciti sirrari / Li corna a chiddi chi ‘nfussaru a mia!» (Amici, amici, preparate acqua calda, preparatemi acqua calda con lisciva, che tutti quanti mi voglio bollire gli indumenti lordi di carcere. E voi, mastri che fate i pettini, correte, portate tutti pettini per me; e se non avete il corno da cui farli, segate le corna a coloro che qui mi hanno infossato).

Nel suo Palermo Restaurato (o Ristorato), un resoconto sul rifiorire della città nella seconda metà del secolo XVI, Vincenzo Di Giovanni scrive che il Veneziano era consi­derato il miglior poeta, nelle accademie e fuori: «Ebbe nella nostra patria il primato: fu d’ingegno acuto e peregrino, di somma sapienza e dottrina, di stile eroico e sublime; e di fare imprese aveva il pri­mato. Le sue canzoni furono di tanto pregio, che ogni cosa bella si reputava da lui; e furono di tal sorte, che ogni professo­re di poesia, anco d’Italia, desiderava aver canzoni di Venezia­no, per servirsi di suoi concetti nelle opere sue; […] Amò egli la sua Celia, per la qual compose cento canzoni, tutte di pensieri celesti, e quelle chiamò La Celia».

La superiorità del Veneziano rispetto agli altri poe­ti siciliani del tempo è ormai cosa certa. E ciò che fa della sua poesia un caso assolutamente unico è il fatto che per circa due secoli e mezzo essa abbia avuto una vastissima diffusione e tradizione nella memoria del po­polo, fin quasi ai nostri giorni, e anzi «la tradizione manoscritta è stata influenzata dalla tradizione mnemonica in cui ve­niva a realizzarsi quella tendenza a reputare da lui ogni cosa bel­la già abbastanza evidente nei primi decenni del Seicento».

Per concludere vorrei ricordare il giudizio del critico letterario Francesco Flamini, che, secondo Sciascia, resta “il più esatto che fino­ra sia toccato al Veneziano”: «E cosa nova fece il siculo Petrarca, Antonio Veneziano da Monreale, nel suo canzoniere in vernacolo, intitolato Celia dal soprannome della donna amata, […] ammiratissimo nell’isola ove fu composto ed ove una eco ne sopravvive nei canti del popolo. Ai quali molto deve per parte sua, sia nell’intonazione sia nel metro, questo poeta di fantasia e di sentimento, dotto di greco e di latino ed autore anche di prose italiane, come la descrizione del Fonte Pretorio, signoril­mente eleganti, ma insofferente di freno al fervido ingegno e a quella vena mordace che gli fruttò il carcere e, per uno scop­pio delle polveri quivi avvenuto, a soli cinquant’anni la morte».

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