Lucius Errante

Gildo Matera, Fratello d’Assisi

Ero piccolo,

avevo mani paffute,

guance rosate,

occhi di cielo.

Ogni vagito, una gloria;

ogni strillo, un tripudio:

inni festosi

all’Altissimo, onnipotente, bon signore.

Innocente e tenero

mi adagiasti

in un canestro di paglia

e fui Gesù

nel presepe di Greccio.

Passò il tempo,

divenni grande

e ti edificai

un tempio

sull’estremo lembo d’Assisi

dirupante sul Tescio.

(Capii la tua grandezza?)

Ho dimenticato,

presto.

Il mondo oltre la valle

mi lusinga:

Ha palazzi dorati,

strade lastricate.

Voglio scrollarmi di dosso

questa miseria:

sa di freddo, di fame, di mani rattrappite;

gonfia come otri

le pance

e nugoli

d’insetti voraci

si posano sulle mie labbra

a succhiarmi la vita.

Ho dimenticato,

presto.

Ora ho il viso grasso

dell’ingordo,

le mani super prensili

e porto catene d’oro

e occhiali di metallo.

Naso adunco,

occhio bieco,

corpo sbilenco,

gambali di cuoio e scarpe d’acciaio

ho marciato a passo cadenzato

su tutte le strade del mondo,

e con me non c’era più una mano

che carezzava leggera

gli uccelli dell’aria.

Cadevano

con le ali annerite

sui gigli increduli,

sulle corolle bruciate.

Il cielo s’empì

di bagliori

giallastri

mentre io,

cuore di leone,

pelle di ippopotamo,

alzavo

grovigli di fili spinati

e vi rinserravo i miei simili.

I forni

non cuocevano più il pane,

le case

non custodivano più il sonno:

bare,

fosse calcinate.

Mani pietose

(non le mie)

innalzavano

calvari di croci.

Poi,

il genio mi prese:

aguzzai l’ingegno

e una mattina d’agosto

ignorando l’azzurro

fermai la vita

con un lampo accecante.

Ora

il mondo oltre la valle

ha una luce sinistra.

Ho paura:

ho forgiato lame

ignorando l’aratro;

ho sfidato la folgore

ignorando il parere delle stelle.

Ma mi sono smarrito, fratello d’Assisi

negli intrighi notturni della mia vanità,

nei perversi sotterranei

della mia superbia.

Lonza

leone

lupa.

Che sono?

Ora un deserto di cuori

mi chiama.

Oh potessi anch’io

conoscermi

nella profondità

del mio essere carne e sangue

e pensiero che crea;

vedere

coi tuoi stessi occhi

com’è amore

la trasparenza del verde

il magico rosso

dei papaveri.

Tu

che sei venuto

nella casa del Signore

e l’hai abitata

circondandola

con le mura ciclopiche

della tua grandezza,

aiutami a tornare

alla semplicità

del tralcio.

Tu

che gettasti al vento

le tue vesti

dorate,

aiutami a spogliarmi

di questa mia

indifferenza.

Come il giorno umilia la notte

umilia

la guerra e i suoi generali

Epulone e i suoi lacchè.

Trafiggi

con le lance della tua luce

questo mio cuore di pietra.

Fa’ ch’io sia vite silvestre

ornitocora

disseminazione

di pace.

Gildo Matera

2 pensieri su “Gildo Matera, Fratello d’Assisi”

Lascia un commento