Lucius Errante

Robert Walser, Jacob von Gunten

Cosa sto vaneggiando di acqua? Parole senza senso, d’accordo, ma mi sento ancora tutto stordito, tutto confuso e sconvolto. Che cosa sta facendo, caro, venerato signor direttore? Eh? gli gridai, mentre come un ossesso correvo verso la porta dell’ufficio. E quando fui fuori mi rimisi a origliare. Appena mi trovai sano e salvo in corridoio, e benché tremassi in tutto il corpo, posi l’orecchio al buco della serratura e ascoltai. Udii una risata sommessa. Mi precipitai al mio banco, ed eccomi seduto qui, senza sapere se è stato un sogno oppure realtà. No, no, è vero, verissimo. Oh, se soltanto venisse Kraus! Ho un po’ paura, francamente. Quanto mi piacerebbe se venisse quel buon Kraus e, come fa tante volte, mi desse una lavatina di capo! Avrei voglia di essere un po’ sgridato, redarguito, strapazzato e strigliato: mi farebbe un bene da non dirsi. Sono dunque un bambino?…

In realtà non sono mai stato un bambino, e proprio per questo, ne sono assolutamente certo, rimarrà sempre in me qualcosa che ricorda l’infanzia. Sono soltanto cresciuto, sono invecchiato, ma l’essenza non è cambiata. A fare sciocchezze provo esattamente lo stesso gusto che molti anni fa, ma la realtà è che non ne ho mai fatte. Una volta, da piccolo, feci un buco in testa a mio fratello, ma quella fu una cosa che capitò, non una sciocchezza. Certo, di sciocchezze e di ragazzate ne ho commesse in abbondanza, ma era sempre l’idea quella che m’interessava più della cosa in sé. Ho cominciato presto a trovare dappertutto, anche nelle sciocchezze, un senso profondo. Insomma, non mi sviluppo. Questa naturalmente è solo una mia idea. Forse non metterò mai né rami né ramoscelli. Un giorno dal mio intimo e dal mio germogliare emanerà chissà quale profumo, sarò fiore e profumerò un poco, quasi per mio proprio piacere, e poi questo mio capo, questo che Kraus chiama una stupida zucca superba, finirà col reclinare. Braccia e gambe mi ciondoleranno in maniera strana e tutto, spirito, fierezza, carattere, tutto si spezzerà e appassirà, e sarò morto: non morto sul serio, ma così, morto in un certo modo, e magari andrò avanti per sessant’anni a vivere-morire cosi. Diventerò vecchio. Ma non ho paura di me, non m’ispiro proprio nessuna paura. Non rispetto affatto il mio io, lo sto solo a vedere e mi lascia del tutto freddo. Oh, entrare nel tepore! Che bellezza! Al tepore ci potrò sempre giungere, perché mai nulla di personale, di egoistico, m’impedirà di riscaldarmi, d’infiammarmi, di partecipare. Come sono felice di non poter vedere in me nulla che sia degno d’attenzione, di contemplazione! Esser piccolo e rimanerlo. E se mai una mano, un’occasione, un’onda mi sollevasse e mi portasse in alto, dove domina la forza e il prestigio, manderei in pezzi le circostanze che mi hanno avvantaggiato e getterei me stesso giù nel buio infimo e insignificante. Solo nelle regioni inferiori riesco a respirare.

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