L’aspettai per ore, sotto una pioggia scrosciante e fulmini che accompagnavano le cateratte del cielo cadenzandone il rumore. Eppure oltre quel caos sapevo esserci la quiete, i silenzi profondissimi dell’universo. Doveva esserci, lì dove la mia percezione si arrestava.
Chissà dove si sono rifugiati gli uccelli questa notte. Gli antichi guardiani del respiro del mondo. I ciarlieri e chiassosi abitanti del primo mattino.
L’aspettai per ore, che mi parvero anni — e poi secoli, dissolti nel battere di una palpebra. E poi ancora. E ancora. Il suo viso confuso col mio, il mio respiro al suo: etereo, come un vento quieto e dolce di primavera.
Ma adesso la pioggia fendeva con insistenza la mia esile figura, la mia inadeguatezza ai fatti del mondo. Pioveva a dirotto sulle mie scarpe fradice, sul mio naso e sul mio umore, sulla mia esistenza, sulla mia inutile attesa.
Tu, che tutto sai di me, e che adesso non so più dove sei, perduta, fragile, come un balenio di luce che tarda a raggiungermi per un dispettoso e crudele mistero.
MNR, 8 Aprile 2025

