Vagavo. Vagavo per ore, giorni, immerso nei miei pensieri e in una solitudine fattasi unica presenza.
Non un essere umano, non un animale. Un deserto di cose e suoni, vuoto e desolazione. Vagavo per i campi avvizziti della mia memoria. Ricordi sbiaditi quegli anni passati, volo di mosca, vanità delle vanità, dice Qoèlet, il “radunante”:
«Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?».
Ricordo una luce, forse un fuoco lontano, e un odore acre, pungente, come di carne arsa da un rogo.
La mia memoria, questa memoria che mi spinge a fissare sulla carta i pensieri nel timore di smarrirmi, questi ricordi vecchi quanto i miei anni, quanto sono affidabili? Cosa c’è di vero in quello che ricordo? Chi scrive oggi queste pagine? Cosa dibatte la filosofia quando parla di “soggetto”? In che senso affermo di essere un “soggetto” come ipseità, subiectus, se a mia volta sono inevitabilmente destinato ad essere “soggetto” in quanto soggetto all’autorità, al potere, asservito, assoggettato, sottomesso al volere di ciò che non mi è concesso di decidere, di deliberare autonomamente nei confronti dell’altro o della sofferenza, della mia morte, della vita? Che soggetto sono esattamente?
Così i miei pensieri, e l’odore acre della carne bruciata.
Sì, era questo che pungeva le mie narici, carne bruciata, il sacrificio al dio, il tributo degli uomini a un dio assassino, al signore della putredine, dell’atroce vendetta. Millenni di sacrifici tributati dai piccoli e insignificanti uomini a dei immaginati, desiderati, creati contro la tirannia del tempo per paura della morte.
Dunque chi sono? Chi siamo? Abitiamo uno spazio inimmaginabile, terrificante in bellezza e dimensione, uno spazio per noi inconcepibile.
Chi sono io che pongo a questo altro me stesso queste domande?
Nel cielo stormi di rondini in volo. Stati magnetici disordinati, geometrie variabili, complessità caotiche di rara bellezza.
Un mondo lieve, etereo, contrapposto alla pesantezza della terra, refrattario alla gravità, sobrio e leggero, inaccessibile alla grossolana fisicità degli uomini, a un’umanità che ha perso le sue radici, il suo contatto con la terra. Senso ultimo dell’abitare il pianeta, pudico e schivo splendore comparso sin dal primo improvviso balenio di luce nell’universo, capriccio di una perversa e meravigliosa mente creatrice.
Crudele, indecifrabile, perenne mistero.
MNR, 23 Marzo 2025.

